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giovedì 27 giugno 2013

la ragazza nigeriana



Salivo sull’autobus per andare all’aeroporto di Stansted.  Una ragazza mi ha aiutato a caricare la valigia a bordo.  Casualmente mi sono seduta di fianco a lei nell’autobus.  Subito sono cominciati i problemi di traffico a causa della chiusura di un tunnel sul nostro percorso.  La ragazza su agitava per il ritardo e pregava Gesù di non farle perdere il volo.  L’ho rassicurata, dicendole che eravamo solo all’uscita di Londra e che passato quell’ingorgo, saremo andati spediti.  Così è stato e abbiamo potuto chiacchierare un po’. 

Era una bella donna, intorno ai 40 anni, alta e molto formosa, grandi piedi e mani, vestita con eleganza, un’acconciatura complicata.  Mi ha detto di essere nigeriana e, siccome mi piacciono l’Africa e i suoi abitanti, ho cominciato a farle domande.

Mi ha raccontato di avere studiato Fashion design in Nigeria e di aver aperto un laboratorio di abiti da sposa nel Kent.  I suoi  due figli sono ormai grandi, e così può tornare ogni tanto nel suo paese di origine.  Le ho chiesto perché non in modo definitivo.  Mi ha risposto che, dopo l’Inghilterra, la Nigeria la fa ammalare sempre per via dell’insalubrità generale.
Le ho chiesto se ne era nostalgica e mi ha risposto non proprio, e si è rabbuiata.  Le ho chiesto se anche suo marito lavora in Inghilterra.  Ha scosso il capo.  Ho pensato: forse è divorziata. Lei ha ripreso il discorso, parlando dei suoi due figli, uno studente d’ingegneria e l’altro già avvocato.  Mi ha raccontato  che il primo era disordinato, a tratti indolente e molto riservato; il secondo, l’avvocato, invece, preciso negli orari e nelle cose, sempre un po’ stressato, molto preso dagli studi prima , poi dalla sua attività, e – disse, scuotendo la testa – pure dall’impegno sociale.  Tutto suo padre, disse lei.  Il quale, anche lui, era avvocato, ma non uno qualsiasi.  Si occupava di diritti civili – e umani - in Nigeria, paese difficile, governato dalle grandi compagnie petrolifere molto legate alla classe dirigente e molto attiva in politica. 

Ormai la ragazza parlava liberamente con me.   Mi ha raccontato che la situazione politica precipitava spesso.  Suo marito era impegnato sul fronte delle libertà civili, difficile per definizione in un paese come quello. Era spesso minacciato.  Lei lo pregava di smettere, di pensare alla famiglia,  Finché non fu ucciso, praticamente sotto i suoi occhi – non mi ha spiegato da chi, esattamente.  Fu allora che lei prese le sue poche cose e i suoi bambini e immigrò in Inghilterra per rifarsi una vita.

Mi ha colpito questa donna, con il suo sacchettino di plastica al posto della borsa da viaggio,  dove ha frugato in continuazione durante questo viaggio a Stansted, alla ricerca del biglietto, del passaporto.  Mi parlava con animazione, ogni tanto aveva un sorriso molto bello, non si lamentava e, soprattutto, non mentiva.  Niente dettagli, niente esagerazioni nel suo discorso.  Il suo racconto era pacato, per niente drammatico, cose superate ormai.  Un’altra vittima del nostro mondo completamente pazzo.  Per me una nuova amica di cui non so niente. Ne ricorderò sempre il volto  e la voce un po’ rauca.

Quando si è fermato l’autobus, le ho detto di correre all’imbarco.  Mi ha gridato un saluto caloroso e l’ho vista sparire nel tunnel d’ingresso dell’aeroporto.  Troppo tardi per chiederle il suo nome.















venerdì 6 novembre 2009

Naneh

Naneh

Non so niente dell’Iran di oggi. I miei ricordi sono di tempi lontani. L’ultima volta che vi sono tornata era nel 1967, avevo 21 anni.

Naneh era ancora in vita. Chi ha l’età mia sa cosa rappresenta la parola Naneh in persiano. Molto, molto più di tata in italiano o nanny in inglese. Un mondo è racchiuso in questa modesta parola.
Nel 1967, andai a trovare Naneh con il mio fidanzato italiano, nella casetta al sud di Teheran che mio padre le aveva comprato per la vecchiaia. La casa dava su un vicolo. Aveva un cortile in mattonato con un piccolo, profondo, specchio d’acqua in mezzo, come usava allora, che serviva per lavare i piatti o i panni. L’interno era spartano, su due piani, quattro stanze in tutto che si aprivano sul corridoio centrale. Le pareti imbiancate a calce, con piccole nicchie alte dove si riponevano le cose pregiate. Il pavimento era ricoperto da zilù, i tappeti di cotone grezzo dei poveri. Niente mobili, solo materassi accostati ai muri. Quella dei materassi è una storia lunga in Iran: ci si siede durante il giorno, ci si mangia intorno alla tovaglia posata in terra, d’inverno si mette una panca in mezzo alla stanza con un braciere sotto e una coltre sopra, e ci s’infila con le gambe, la schiena appoggiata a grossi cuscini. Tutta la famiglia, giacché quella è l’unica stanza riscaldata, il luogo dello stare insieme, in un tepore meraviglioso e un po’ avvelenato. Non so se è ancora così, forse nelle campagne, forse no. Stare lì con Naneh e sua figlia e suo genero era per me, da bambina, il massimo della felicità. Un po’ perché mia madre lo proibiva, temendo le esalazioni del carbone di legna e anche la troppa familiarità con la servitù, un po’ perché quelle tre persone erano al centro del mio universo.
Era d’estate quella volta che andai a trovarla. Per onorarci, o in ricordo del tempo in cui viveva con noi, Naneh tirò fuori delle sedie pieghevoli, tipo cinema all’aperto, e un tavolo intorno al quale le dispose. La tovaglia era vecchia ma pulitissima, come il resto della casa. Ci offrì per prima cosa uno sciroppo di amarasche freschissimo e poi il pranzo. Maccheroni alla Naneh, così chiamavamo quella pietanza: erano veri maccheroni conditi con una gustosa salsa al ragù di carne, fatti svaporare dentro una pentola coperta come se fosse riso. In fondo, proprio come il riso, si formava una crosta dorata che veniva via intera e che mangiai a morsi, gli occhi chiusi, come Proust quando addentò la famosa madeleine. Dopo, Naneh ci portò le sue polpette, ricetta comunissima a base di carne e cipolla, ma che dalle sue mani usciva con un sapore inconfondibile. Non ricordo se mangiarono lei, sua figlia Najafi e Bahrami suo genero.
Quanti anni avesse Naneh è un mistero, lo è sempre stato. L’aspetto suo era quello che avevo conosciuto sin da bambina, la statura bassa e minuta, ora rimpicciolita dall’età, la pancia prominente. Indossava il solito vestito di cotone a fiorellini e sulle gambe, molto arcuate, delle calze pesanti. Colpiva il suo viso dagli zigomi alti, incorniciato da una pezza bianca legata sotto il mento. Dolce, non c’è altra parola. Paziente e garbato. Come la sua anima. Non l’ho mai vista arrabbiata o stressata, ne sono certa, anche se tutta la nostra casa era governata da lei, compresi noi bambini, sin dalla nascita
Naneh deve essere entrata a servizio da mia nonna negli anni trenta, da sola, anche se era già sposata. Non ho ricordo di un marito. Aveva due figli: La primogenita era Najafi che ho conosciuto sempre uguale a se stessa, senza età, il corpo grosso e difforme, il viso butterato dal vaiolo, due occhi vivaci, affondati nel grasso. A tratti viveva con noi anche lei, quando c’era bisogno, poi tornava dal marito Bahrami che era quasi cieco e portava sempre un capello marrone, una specie di borsalino però rigido, un po’ polveroso. Quell’uomo era la bontà personificata e noi bambini lo amavamo alla follia. Quando veniva, era per noi una grande festa, ci arrampicavamo sulle sue ginocchia e lasciavamo le sue mani di cieco toccarci il viso e i cappelli. Subito dopo guerra, nel paese occupato, fu Bahrami a procurare il latte per allevarmi, di capra o di asina, e andava a cercarselo in autobus o a piedi nei villaggi sulle falde dell’Alborz. Ho anche quel debito con la sua memoria.
Il secondogenito era Abdollah. Fintanto che stette con noi fu il nostro baby-sitter in permanenza. Ricordo soprattutto che ci portava a fare lunghe passeggiate nel deserto circostante e mi diede modo di imparare ad amare quel paesaggio brullo, di conservarne una nostalgia duratura negli anni della lontananza. Portava piccoli occhiali tondi alla Trotsky, con lenti spessissime che lo facevano sembrare un sapientone. La testa, ce l’aveva e comunque dovette farsela. La mia terribile nonna dalle idee ottocentesche volle dargli un’educazione. Così diventò impiegato in qualche amministrazione pubblica. Durante le sommosse dell’epoca di Mossadegh, fu colto da una pallottola vagante e ferito, non in modo grave per fortuna ma abbastanza da destare una certa agitazione in famiglia. Non viveva più con noi allora, tutto ciò passò sopra le nostre teste di ragazzi. O forse ci eravamo già rifugiati in Francia perché la situazione si era fatta troppo pericolosa. Abdollah dovette stare in ospedale, immagino, ma non credo proprio che Naneh abbia lasciato un attimo la casa per andarlo a trovare. Non credo che lei si sia mai preso un giorno di riposo o di vacanza o che abbia immaginato di poter avere una vita sua, se è per questo.
Mia madre racconta ancora della mia salute piuttosto cagionevole da bambina. Lei lavorava molto perché la paga da ufficiale di mio padre non bastava, a suo dire, neanche a comprare un paio di scarpe. Quando mi ammalavo, era Naneh ad accudirmi. Buttava un materasso in terra accanto al mio letto e, dopo una lunga giornata di faccende, mi vegliava, rialzandosi la mattina dopo all’alba, come sempre per riprendere il lavoro.
Naneh, persona infima agli occhi del mondo… Ai nostri occhi di bambini, l’inizio e la fine di tutto, come il sole. Di sicuro, la prima persona che cercavamo tornando da scuola, per avere una carezza dalle sue mani piene di nodi, rovinate dal lavoro. Andavamo a trovarla nella cucina che stava dall’altro lato del cortile, buia come l’antro del diavolo. Ho l’impressione che cucinasse sulle buche di un grande focarile, più tardi ricordo dei fornelli a petrolio che emanavano un forte odore che, per me, è sempre stato quello dell’Iran. Mia nonna non amava il riso, non amava il Khoresh, allora lei dovette imparare a fare delle pietanze europee, come i maccheroni appunto. Qualunque cosa cucinasse, era perfetta, seppure non molto somigliante all’originale. Mai più ho mangiato cibo così saporito.
Non giocava con noi, non ne aveva il tempo, ma ci teneva sempre sotto gli occhi. Forse ci raccontò qualche storiella paurosa come facevano tutte le Naneh, storie di djinns che, per me, sono rimasti una realtà ancora oggi. Era una donna semplice, chiacchierava poco, anche se le piaceva nei rari momenti di distensione. Durante le lunghe strigliate al bagno pubblico dove andavamo una volta alla settimana, o quando ci portava a vedere le grandi processioni dell’Ashura, dove veniva commemorato il martirio dell’imam Hossein. In lei suscitavano grande emozione, per me erano un momento di terrore che non ho dimenticato e che ha segnato definitivamente la mia mente riguardo all’Islam sciita.
Vorrei poter dire che Naneh era di un’intelligenza o saggezza fuori dal comune, ma non ricordo. Non era questo che cercavo in lei, neanche più tardi quando fui in grado di capire. Però quando andammo a trovarla nel 1967, fece mostra di un’acutezza fuori dal comune. La guerra del Vietnam era in corso, un vero pantano dal quale sembrava impossibile uscire. E lei, analfabeta quale era, seguiva gli eventi passo passo, ascoltando la radio che teneva in una nicchia. Conosceva ogni battaglia, per nome e per luogo, il nome dei generali (ricordo che nominò l’orribile Westmoreland), dei capi vietnamiti, e aveva opinioni molto precise su chi avrebbe vinto e chi perso. L’unica guerra che aveva conosciuto era quella priva di battaglie ma ricca di povertà e di razionamento nell’Iran occupato da tre nazioni, durante il secondo conflitto mondiale, corteggiato e minacciato da una quarta, quella tedesca, per via del maledetto petrolio. Questa del Vietnam atterriva Naneh e l’appassionava, come una sorta di racconto radiofonico a episodi. La radio era diventata il cordone ombelicale tra lei e il mondo.
Le verità è che Naneh, nella sua semplicità tutta popolana, era capace di pensare, di sbagliare, di sognare e immaginare. Aveva pure i suoi momenti di follia. Successe così, una volta, che soffrendo di reumatismi, si bevve un bicchierone di aceto in cui da due anni conservava degli spicchi d’aglio, credendo di ingurgitare un rimedio naturale. In realtà, quell’aceto era diventato un veleno, arsenico o altro, non ricordo quale, nel contatto prolungato con l’aglio. Può darsi che l’arsenico faccia bene ai reumatismi, di sicuro lei rischiò di morire e sarebbe morta per davvero se mia madre, che aveva una formazione medica, non fosse stata a casa a salvarla. Ci cacciò via naturalmente, noi ragazzi, ma non poté impedirci di stare dietro la porta chiusa ad aspettare, spaventati. Ricordi… Chissà quanto esatti.
Di recente, parlando di Naneh con mia sorella maggiore, nella quiete del suo bel giardino nel Virginia, ebbe qualcosa da dirmi anche lei. Le chiesi se sapeva quando fosse nata Naneh, con chi fosse stata sposata. Non, non sapeva né poteva immaginare l’età di Naneh. Ma riguardo allo suo stato di sposa, sì. Ebbe una risata. Essendo la maggiore di noi tre figli, femmina per giunta, Naneh le faceva delle confidenze. Non so fin dove si spinse e mia sorella non lo disse. Sicuro che non vi erano tabù fra la gente, in Iran, e di sessualità si parlava molto liberamente, anche davanti i bambini. A mia sorella Naneh raccontò di aver avuto in gioventù una pelle morbidissima e bianca come latte, tratto femminile particolarmente gradito in Oriente. Era così bianca, disse, che la sua nudità riluceva come una lampadina? una luna piena? Illuminava tutta la stanza da letto. Immagino la scena, bellissima, di un erotismo lieve e lento, dove Naneh aveva una vita sottile, non la pancia sporgente, gli occhi abbagliati di desiderio, non ancora offuscati dalla cecità incipiente, la bocca vogliosa di amore, non ancora sdentata come diventò di seguito. Sono sicura che era così, che Naneh, da donna e sposa, ha conosciuto i suoi momenti di passione. Che cosa é cambiato, poi? Forse solo la vita che non era certo tenera con le donne, in quell’epoca, ricche o povere che fossero, peggio ancora se povere. Lei l’ha accettata così com’era, non avendo altra scelta. E’ diventata la serva di mia nonna ma anche, senza saperlo, il sole di noi bambini. Spero che sia stata felice lo stesso.

martedì 8 settembre 2009

Ilya


1990. L’estate dopo il crollo del muro di Berlino, una vacanza nell’Unione Sovietica che ancora non si chiamava ex-Unione Sovietica e non si chiamava ancora Russia, ed era a metà del guado, disperatamente. Per me e i ragazzi era la prima volta e quindi non eravamo in grado di notare le differenze, tranne i tassisti ladri di Mosca che tutti dicevano mafiosi. Per il resto era come da letture: le vetrine dei magazzini Gum sulla piazza del Cremlino che sembravano sgargianti da lontano e, invece da vicino, erano tutte fatte di carta crespo, i vestiti dei manichini, persino la biancheria intima e gli ombrelli. Tanta arte in quelle vetrine e niente altro. All’interno di quella splendida struttura, le file si formavano in un baleno ogni volta che qualcuno si fermava a un banco. La gente si assembrava, a furia di spintoni e di gomitate si faceva avanti per poi dileguarsi non appena si accorgeva che non c’era niente da comprare. Le camicie le buttavano giù i commessi dall’ultimo piano, urlando, per paura della folla. C’era tanta fame, anche per noi che avevamo i soldi, semplicemente perché il cibo scarseggiava. Il nostro turismo sfrenato lo facemmo a pancia vuota a Mosca, a Kiev.
Infine, prendemmo un aereo per Tiblisi in Georgia. Enzo aveva dei progetti con i georgiani e io volevo andarci perché i miei nonni si erano incontrati lì nel 1916. Arrivammo nella tarda mattinata. Nell’aeroporto non c’era nessuno ad aspettarci e noi che pensavamo a un’accoglienza VIP! Siamo in mezzo al nulla di nuovo, con la prospettiva di dover cercare il bagaglio, un albergo, magari di dover prenotare il volo di ritorno a Mosca. Un’impresa. Non un’anima che parli inglese, né poliziotti, né soldati. Alla fine usciamo dall’edificio e ci mettiamo a camminare sulla strada lì davanti, senza meta. Vediamo un bambino di sei o sette anni, straccione ma con un bel viso, e gli chiediamo “Intourist? Intourist?”. Dopo una lunga camminata ci porta davanti a una palazzina color ocra, che pare sia l’Intourist, l’unica certezza per gli stranieri in questo Paese, per quanto dubbia. Diamo una mancia al ragazzino. Dietro di noi appare una limousine Chaika, nera con i vetri oscurati che avanza piano piano. Una donna secca siede accanto all’autista, una vera befana con i tratti duri. Ci interpella e chiede chi cerchiamo. Le diciamo che il nostro comitato di accoglienza non si è presentato, al che lei ci fa segno di salire. Poldy dice dopo di aver temuto di essere sequestrato da quella donna che sembrava davvero una del KGB. Ci lascia davanti a un cancello che dà direttamente sulla pista. Lì, insieme ad altre auto, ci aspetta un’altra Chaika anni Cinquanta, subito ribattezzata “Christine” da Leopoldo. Il nostro anfitrione si frega le mani con aria inquieta, si risolleva quando ci vede arrivare. Abbracci e saluti e ci spiega che l’aereo è giunto con mezz’ora di anticipo. Stranezze di questo paese. Noi siamo ancora scossi, dopo la strizza di prima. Un signore del gruppo si avvicina e ci rivolge la parola in un inglese impeccabile, con l’accento americano e una bella voce da basso. Sembra di sentire Humphrey Bogart e questo ci rassicura non poco. Dice di chiamarsi Ilya e sale in macchina con noi. Gli altri ci accompagnano in pompa magna - una vera scorta che diverte i ragazzi e mi pare un po’ ridicola – fino a un grande edificio in cima a una collina, fuori città, anzi proprio in mezzo a un nulla che somiglia molto al deserto iraniano. Il palazzo ha un’aria strana, lussuosa e decrepita insieme. Guest-house KGB? mi chiedo. Probabile. Abbiamo a disposizione un intero appartamento pieno di fiori, tutto molto ufficiale. In mezzo all’immensa sala da pranzo, un tavolo che crolla sotto il peso del cibo, gran festa dopo Mosca e Kiev: molti antipasti alla maniera orientale, minestre, e il classico steak-frites, un po’ troppo abbrustolito, che Leopoldo divora felice.
A tavola con noi ci sono i grossi papaveri che ci hanno accolto. Il discorso porta subito sui moti indipendentisti nelle repubbliche sovietiche e viene fuori la volontà della Georgia di staccarsi senza indugio dalla Russia. E Ilya traduce… E traducendo aggiunge del suo, ne sono sicura. Trapela dalle sue parole un rifiuto definitivo del regime. Tanto gli altri non lo capiscono. Ilya vuole metterci dalla sua parte o forse mettere se stesso dalla parte nostra che veniamo dall’Occident. Vuole farci capire subito che non ha niente da spartire con l’Unione Sovietica. Ha un atteggiamento un po’ irritante anche se comprensibile, non c’è solo ospitalità orientale, anche un po’ di servilismo.
Comunque il suo inglese non fa una piega. Ilya ha una quarantina d’anni, più che meno, è pelato, piuttosto brutto. Cammina dinoccolato come un americano, parla con la bocca storta come un americano. Non sembra solo, è un americano. In tutto e per tutto. Non è un’impostura, la sua. E’ una lunga storia. Di un ragazzo sovietico cresciuto nella provincia profonda del Caucaso, è tutto dire. A mano che mano che facciamo amicizia, ci spiega che la sua perfetta conoscenza dell’Inglese viene da uno studio approfondito fin dall’adolescenza. Allora frequentava anche sale cinematografiche dove proiettavano film americani, donde la voce da Humphrey Bogart. La cosa non mi torna. Come facevano a proiettare film americani in inglese nella Tiblisi degli anni Cinquanta e Sessanta? Mi sembra una cosa strana. Dice di averne rivisto alcuni una ventina di volte e io subito a immaginarlo ragazzo, davanti a un specchio, a ripetere le battute e i gesti…
Più tardi Ilya aveva anche insegnato l’inglese in un istituto universitario e fatto doppiaggi di film americani. Ora, sì, mi torna e capisco che si sia immedesimato… E fin qui tutto bene. Il peggio viene dopo, sotto il regime di Breznev, nel colmo di una guerra fredda ormai priva di senso e, per questo, sempre più dura. Aperture fasulle verso fuori, chiusure terribili dentro. E questo giovane in cerca d’autore in una solitudine estrema, sospettato e sottilmente perseguitato. Forse la cosa, dal punto di vista del regime, poteva giustificarsi. Non era normale uno come lui, non era normale la sua venerazione dell’America. Anzi, era torbida e biasimevole. Qualcosa ci doveva essere sotto. Non importava che fosse per lui materialmente impossibile avere un qualsivoglia contatto con l’esterno, tranne quello ufficiale con stranieri di passaggio come noi. Era un traditore nell’anima che aspettava solo l’occasione buona.
Arrivò la Perestrojka. Gorbacev voleva dimostrare al mondo la sua intenzione di cambiare le cose e il mondo gli chiedeva di allentare la stretta non solo sui dissidenti, gli ebrei, ma su tutta la popolazione. Cominciarono a rilasciare passaporti. Ilya ottenne il suo e partì per gli Stati Uniti. Non so con quale soldi e con quale prospettiva. Forse qualche contatto era riuscito a farselo alla fine.
Ci racconta la sua gioia quando arrivò a New York, quando camminò per le strade, completamente libero. Dice di avere comprato per prima cosa un pretzel davanti al Rockefeller Centre perché voleva fare una cosa che facevano gli americani. Dice di aver passeggiato per giorni per saziare gli occhi e l’anima e di avere spesso attaccato bottone con i passanti, giusto per sentire la lingua. Nessuno sospettò per un istante che fosse straniero e questo lo riempì di euforia. Era a casa sua.
In qualche modo – non ci spiega nulla in proposito – riuscì ad ottenere un giro di conferenze in diverse università della East Coast, anche abbastanza prestigiose. C’era una grande curiosità in Occidente verso l’Unione Sovietica che si stava sfaldando davanti agli occhi del mondo. Pare plausibile che uno come lui fosse chiamato a raccontare le sue esperienze, ma come sia successo non lo so. Comunque si sentì arrivato. Ricordo che a Tiblisi indossava pantaloni di velluto e una giacca di tweed con toppe sui gomiti, e camicie di flanella. L’unica cravatta che gli ho visto aveva le classiche strisce. Sì, somigliava molto a un intellettuale Ivy League, tranne che per gli occhi sempre un po’ smarriti, se non inquieti.
Queste conversazioni con Ilya si svolgono soprattutto durante le nostre gite giornaliere: nel bazar così ben rifornito da sembrare irreale dopo Mosca e Kiev, nella grande piazza centrale dove si erge una bruttissima statua di Lenin tutta imbrattata di vernice rossa e parzialmente scalfita da esplosioni. Avremo l’occasione poi, durante uno dei tanti banchetti, di vedere passare i bulldozer che la sradicheranno e poi di vederla divelta in terra. Un giorno storico che fa raddoppiare i brindisi a tavola e meno male che sono di vino georgiano, non di vodka. Spesso, in quelle occasioni, siamo soli, i ragazzi e io, con Ilya. Enzo deve fare affari con i Georgiani, curiosi affari davvero in cui chiedono di pagare la costruzione di un aeroporto con un lotto di taniche di alluminio! Hanno bisogno di tutto, non solo di aeroporti, ma anche di strade e di uffici e di alberghi. Ti stordiscono di discorsi ma non hanno niente da dare in cambio, se non la simpatia, le loro splendide voci, un ottimo cognac e un vino che non regge il confronto con quelli europei. Per di più sono sull’orlo di una guerra d’indipendenza che ha tutte le premesse di una guerra civile.
Durante i banchetti che sono tanti e riuniscono tante persone - ognuna delle quale dovrà brindare a ciascuna delle altre, alle famiglie e agli antenati e ai morti e al popolo, lunga vita al popolo – io sono sempre seduta accanto a Ilya perché continui a tradurre. Mi sono messa fuori dai brindisi, essendo donna, ma Ilya beve, eccome! Allora torna a essere georgiano. Non ha più voglia di imitare gli occidentali, né di tradurre per loro. Si ritrova al caldo di una socialità rumorosa, rissosa, un po’ becera, in cui risuonano grosse risate, intorno a barzellette salaci o battute argute, inframmezzate da cori strepitosamente belli. Con la sua voce da basso, Ilya canta in modo splendido. In tutto questo, tuttavia, noto con curiosità che gli altri lo tengono in disparte. Più una sorta di lacché, a dispetto o forse a causa del suo bel inglese e del suo scimmiottare gli americani. Ogni tanto lo bersagliano, forse anche di insulti, e questo lo possiamo intuire facilmente. Ilya sorride penosamente e non traduce. I suoi occhi diventano ancora più smarriti.
In realtà è abituato, Ilya, a stare fuori. In America, dopo l’iniziale successo delle sue conferenze, ci fu una crepa nei suoi rapporti con gli americani, sottile, sottile, dapprima e poi sempre più ampia. Le diffidenze della guerra fredda erano dure a morire e qualcuno cominciò a farsi delle domande: chi era costui? Chi lo aveva inviato in America e a che fine? Nessun sovietico parlava così bene l’inglese tranne le spie del KGB. Si sapeva della rigorosa preparazione che essi ricevevano. Non poteva essere bona fide questo suo amore sviscerato dell’America, o lo poteva anche essere, ma quante volte era successo che costoro ricattassero qualcuno e lo piegassero alla loro volontà politica. Che non poteva essere cambiata dall’oggi al domani. Neanche Gorbacev era dotato di una bacchetta magica e doveva fare i conti con un enorme establishment militare, nemico per tradizione dell’America. Insomma, nel giro di pochi mesi, l’idillio finì tra Ilya e l’America. Non gli fecero niente. Lo invitarono prima a lasciare il suo posto di conferenziere senza alcuna spiegazione, ma questo lo fanno anche con i loro dirigenti d’azienda. E poi a lasciare il paese, semplicemente. I sogni di Ilya svanirono di colpo. Per un po’ girovagò per le strade di New York, senza più comprare i pretzel. Si cercò un ristorante georgiano dove ubriacarsi come si deve e in sacrosanta pace. Alla fine, dovette rendersi all’evidenza e partire.
Lasciando la Georgia per gli Stati Uniti, aveva lasciato il posto di lavoro con la speranza di non ritornare più. Ritornando dovette ricominciare da capo, sotto gli occhi sospettosi e beffardi di tutti quanti i suoi conoscenti. Era stato rifiutato dagli americani, o forse era una scusa, una copertura per motivi inconfessabili e pericolosi. Il destino di Ilya era come un cane che si morde la coda. Meno male che sapeva l’inglese, era il suo lasciapassare, ché di lasciapassare i sovietici la sapevano più lunga di chiunque. La Georgia come tutti le repubbliche sovietiche aveva bisogno dell’inglese perché aveva bisogno del mondo esterno. Ed è stato l’inglese a salvare Ilya, malgrado tutto, anche se in posizione di sudditanza. Ilya era umiliato, ma in fondo sperava, sperava veramente in un cambiamento che avrebbe reso la sua vita, pure nell’anonimato, normale, come accade in Occidente.
Chissà. Non l’abbiamo più visto né sentito. Gli ho ordinato dei libri in America e glieli ho spediti. Non ha mai risposto. A quel punto era scoppiata la guerra civile.


Valle Ceppi, novembre 1992