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sabato 2 ottobre 2010

Tre giorni nella storia d'Italia



Ho sempre avuto il brutto vizio di sottolineare  (a matita!) i passaggi che m’interessano in un libro.   Il libro che sto leggendo ora, dovrei sottolinearlo  tutto.  In realtà, è un libro piccolo piccolo, ma il contenuto vale quanto un’enciclopedia.  Un’enciclopedia mentale, quella di Ernesto Galli della Loggia.  Il titolo è “Tre giorni nella storia d’Italia” (Il Mulino, 2010).  I tre giorni sono il 28 ottobre 1922 con la marcia su Roma, il 18 aprile 1948 con la vittoria della Democrazia cristiana sul fronte delle sinistre, il 24 marzo 1994, con l’affermazione di Silvio Berlusconi.  Giornate di grande valenza storica di per sé?  No.  Piuttosto,  tre crocevia in cui di volta in volta il Paese Italia poteva imboccare una strada piuttosto che un’altra e, scegliendo bene, arrivare alla meta, ossia a una vera democrazia liberale .  Non lo ha fatto.  Galli della Loggia ci spiega perché, dandoci gli antefatti, il contesto, gli sviluppi e le conseguenze.
Non posso sottolineare tutto il libro, ancora meno parafrasarlo.  Non gli renderei giustizia.  Meglio che ognuno lo legga per conto suo, purché con grande cura, a cominciare dall’introduzione.  L’autore ci racconta la storia vera, di cui ha raccolto tutti i fatti, rimettendoli insieme senza alcuna sapienza ideologica, ma con l' oggettività e l'acutezza che gli conosciamo.  La storia vera ripercorsa da uno storico vero.


domenica 7 marzo 2010

Vita e destino 4

La delusione di Liss

L’Obersturmbannfuhrer Liss è convocato a Berlino da Himmler per una riunione riguardante le misure speciali prese dalla Direzione della Sicurezza del Reich. Prima, però, ha l’ordine di stendere per Eichmann un rapporto sulla costruzione dell’obiettivo speciale che sorgerà vicino al Campo che dirige e, pertanto, dovrà recarsi a ispezionare alcune fabbriche fornitrici.

E’ felice all’idea di lasciare il campo per qualche giorno, di andare nella sua Berlino dove l’aspetta l’amante, e di poter riposare insieme alla famiglia nella sua vicina casa di campagna.

Parte in macchina per il suo giro d’ispezione. Visita le fabbriche Foss che preparano le consegne importanti previste dalla Direzione di Sicurezza. E’ soddisfatto del lavoro scrupoloso svolto dagli ingegneri meccanici che curano i nastri trasportatori e dai termo-tecnici che stanno mettendo a punto i forni. Lo è molto meno delle fabbriche chimiche che non hanno ancora raggiunto la produzione richiesta e che presentano una lunga lista di lamentele per giustificarsi. Incontra le fisiologhe, le biochimiche e le chimiche del laboratorio di analisi, specializzate chi in anatomia patologica, chi nelle combinazioni organiche a bassa temperatura di ebollizione . Incontra anche il professor Fischer, tossicologo.

Il giorno seguente, Liss vola verso il cantiere dove si preparano le consegne dei pezzi di ricambio, parti di nastri trasportatori , tubi di ogni genere, trituratori di ossa, misuratori elettrici, e rilevatori di gas. In altri depositi s’imballano i gas in bottiglie dai beccucci rossi e “contenitori da quindici litri che somigliano a vasetti di marmellata bulgara”.

“Il sito, scrive Grossman, non si distingueva assolutamente dai giganteschi cantieri tipici della metà del XX secolo”. Liss si dirige con i suoi compagni verso un edificio quadrato di cemento grigio, dai muri ciechi, che è il cuore di questo complesso di mirador, forni di mattoni rossi dalle alte ciminiere e torri di controllo. L’ingegnere progettista spiega a Liss che “l’edificio grigio è costruito sul principio della turbina. Trasforma l’energia e tutte le forme di vita in materia inorganica. Questa turbina di tipo nuovo deve vincere la forza delle energie, psichica, nervosa, respiratoria, cardiaca, muscolare, e circolatoria. L’installazione riunisce in sé i principi della turbina, del mattatoio e dell’inceneritore di rifiuti.”

La sala principale è costruita secondo le regole moderne dell’industria di massa e della velocità. Nel corridoio di cemento la velocità di adduzione della vita è calcolata alla stregua del passaggio di un liquido in una tubazione, secondo la densità, il peso specifico, la viscosità… “Il suolo era costituito da pesanti lastre di cemento con connessioni perfette, che si aprivano in verticale per consentire il passaggio del contenuto della sala nei locali sottostanti dove operavano brigate di dentisti… prima di convogliare il materiale con il nastro trasportatore alla destinazione finale dove sarebbe stato trasformato in concimi fosfatati…”

Avete indovinato subito?. Io ci ho messo un po’, dopo pagine di descrizione neutra e dettagliata di questi ambienti altamente tecnologici creati da ingegni di primissimo livello che, sulle prime, suscitano quasi ammirazione per le capacità industriali del Terzo Reich. Finché uno prende coscienza, d’un tratto, di ciò che sta leggendo…

E Liss, cosa ne pensa? E’ deluso. Eichmann verrà di persona in cantiere a ricevere il suo rapporto. Non ci sarà dunque l’atteso viaggio a Berlino, le allegre rimpatriate con la giovane amante, con gli amici e i parenti. Nella notte incontra l’alto ufficiale che lo tempesta di domande sulla capacità dei chimici, sul buon funzionamento delle fabbriche e dei cantieri. “Liss aveva l’impressione che Eichmann non vedesse nulla di speciale in questa impresa che pure suscitava un sussulto segreto di orrore anche nei cuori più duri”. Si rende conto di non sopportare più lo stato di tensione nervosa in cui vive continuamente. E vorrebbe ritornare “ al suo studio delle personalità ostili al nazional-socialismo e cercare le soluzioni a problemi certo crudeli e complessi, ma che si potevano risolvere senza spargimento di sangue.”

Un sorpresa è stata preparata per gli ospiti. Nella grande sala di cemento grigio è stato allestito un tavolo con rinfresco. I bicchieri vengono riempiti e si attende rispettosamente il toast di Eichmann il quale continua, nel silenzio teso, a masticare il suo tramezzo e poi alza la sua coppa “alla nostra riuscita di oggi e di domani. Credo che i nostri servigi meritino un brindisi.”
L’indomani, qualche minuto prima della partenza, Eichmann si rivolge a Liss e gli ricorda che sono dello stesso paese. Liss è interessato a una cosa sola e chiede: “abbiamo un idea di quanti ebrei si tratta?” Una domanda alla quale solo tre uomini al mondo, a parte il Fuhrer e Himmler, potevano dare risposta, scrive Grossman. Eichmann gli dà la risposta e Liss si stupisce: “milioni, avete detto?” Eichmann dice che è la prima volta che pronuncia questo numero a voce alta e aggiunge:

“A parte il fatto che la nostra cara cittadina d’origine è immersa nel verde, un’altra ragione mi spinge a rivelarvi questo numero. Vorrei che ci unisse nel nostro lavoro comune.”

Liss lo ringrazia e osserva: “dovrò rifletterci. Si tratta di un affare molto serio”.

“Naturalmente, la proposta non viene da me soltanto, ribadisce Eichmann puntandogli l’indice contro. Se condivide con me questo lavoro e Hitler perde, saremo impiccati insieme voi ed io.”

“Eccellente prospettiva, risponde Liss. Merita riflessione.”

“Ma immaginiamo, continua Eichmann, che fra due anni noi siamo di nuovo seduti piacevolmente a questo tavolo e diciamo ‘in venti mesi abbiamo risolto il problema che l’umanità non ha saputo risolvere in venti secoli’.”

Questo capitolo di “Vita e destino” contiene molte altre considerazioni. In particolare, secondo l’abitudine di Grossman, i personaggi sono tratteggiati con estrema precisione ma anche con le sfumature essenziali. Così Liss appare non il mostro che uno pensa che sia ma, nel contrappunto alla figura di Eichmann, un uomo mosso da una scintilla di indignazione, se non curiosamente di umanità. Liss riflette, tra l’altro, sui meccanismi della struttura di potere del Terzo Reich, motivo per lui di inquietudine e di rifiuto. Significativo anche il ritratto di Eichmann, piccolo personaggio della provincia profonda che ha trovato nel potere la giusta rivincita per le umiliazione subite in gioventù.
Malgrado questi aspetti rilevanti, mi è parso più importante riassumere, concentrare in qualche modo, solo le parti da cui emerge l’orrore del sistema nazista. Per non dimenticare. E’ questo il punto: non dimenticare.



Le citazioni dal libro sono virgolettate.

sabato 6 febbraio 2010

Vita e destino 3

La straordinaria avventura di Strum

Torniamo a “Vita e destino”. E’ un libro fatto di tanti romanzi nel romanzo. Storie umane ambigue, difficili come i tempi in cui si svolgono. Ne prendo una a prestito.

Strum è ebreo nel tempo in cui gli ebrei vengono perseguitati dal nazismo ma si sentono ancora sicuri in Unione Sovietica. E’ anche un ingegnere nucleare di razza. Insieme a tutti i laboratori scientifici di Mosca, ha dovuto sfollare a Kazan durante la minacciosa offensiva dei tedeschi. Ed è proprio durante questi anni di lontananza e anche di libertà, che frequenta un gruppo di amici con i quali commenta in termini non propriamente ortodossi l’andamento della guerra, la politica stalinista, la camicia di forza della vita in Unione Sovietica. Fra i suoi amici: Madiarov e Karimov, sul conto dei quali rimbalzano accuse a mezza voce. Sono pericolosi, si dice. L’uno e/o l’altro potrebbero essere spie del regime. Strum si allontana dal tinello-salotto del collega Sokolov e della sua dolcissima moglie Maria Ivanovna. Strum non sa cosa credere, è inquieto per aver parlato con tanta leggerezza con siffatti amici. Si concentra allora sull’allestimento delle attrezzature del laboratorio e riflette sul lavoro che non lo soddisfa. In un momento di quasi assenza mentale, ha una sorta di visione interiore, intuisce una brillante soluzione teorica che risolverebbe molti problemi di ordine pratico. D’un tratto, ha l’impressione di essere stato come illuminato. Ritrova la fiducia in se stesso. Sa di avere ragione e si mette furiosamente a perfezionare la nuova teoria.

Fine dell’offensiva tedesca. Il laboratorio può tornare a Mosca. Gli esiliati sono felici di ritrovare la grande città, Strum come gli altri. Però, una volta arrivato, egli intuisce che sarà tutto più difficile. L’Accademia scientifica è diretta da solidi fautori della scienza leninista che si vuole pratica piuttosto che teorica, volta soprattutto a sostenere lo sforzo bellico. Strum, lì per lì, continua le sue ricerche senza badare ad altro. La sua teoria sembra riscuotere unanime plauso ma raccoglie anche molti sospetti tra i colleghi. E’ candidato al Premio Stalin, ma il capo del Consiglio scientifico gli rema contro, e si porta dietro un folto seguito d’invidiosi. Strum soffre piccole umiliazioni per mano dei colleghi, qualche amico gli riferisce dicerie maligne sul suo conto ed egli scopre in questi atteggiamenti anche una sottile avversione nei confronti degli ebrei. I suoi collaboratori più stretti e più bravi di Kazan non vengono richiamati al laboratorio e sono entrambi ebrei. Strum interviene in loro favore, senza esito. Capisce che toccherà anche a lui quando riceve dal Personale un questionario da riempire.

“Un magistrale questionario, il questionario dei questionari” che vuole risposte precise persino sugli antenati, sui loro viaggi all’estero prima della rivoluzione. Domande?

La quinta dell’elenco: Nazionalità? Strum di getto scrive “ebreo”, senza rendersi conto del grave errore che sta commettendo. “Non poteva sapere che, di anno in anno, si sarebbero scatenate oscure passioni intorno a questo quinto quesito…” La sesta: origine sociale? Di tutta la parentela, nessuno escluso, prima della rivoluzione. Strum risponde “piccola borghesia”, imperdonabile peccato in un Paese dove La Grande Rivoluzione è stata dei poveri. “ Stalin ha detto ‘il figlio non ha da rispondere del suo padre,’ ma anche detto ‘ la mela non cade lontano dall’albero’.” Figli di aristocratici, commercianti, imprenditori, così nascono, così muoiono, senza appello.
Ventinovesima domanda: siete stati, voi o qualcuno dei vostri, oggetto di inchieste giudiziarie o di condanne? Strum ricorda una sfilza di nomi tra i suoi parenti, e delle circostanze precise, e tuttavia oscure delle loro condanne. Lei è stata arrestata per non aver denunciato il marito, otto anni nel campo. Quell’altro aveva forse qualche legame con l’opposizione trozkista e per questo motivo… Chi di questi tempi non conosce qualcuno in una situazione del genere?
Trentesima domanda: avete qualche parente all’estero (dove, da quanto tempo, motivo della sua partenza, rapporti con lui?). Ma dalla Russia zarista emigravano in tanti. Lenin non è emigrato pure lui? si arrovella Strum. Però aver parenti a New York o a Buenos Aires? Essendo ebreo…
Metodo statistico che rende agevole allo Stato distinguere tra nemici e amici, lo stesso metodo probabilistico usato dai nazisti per “distruggere popoli interi.”

“Un sentimento disperante di colpa, d’impurità, s’impadronì di Strum. E d’un tratto insorse, pensando che non era di quelli che si sottomettono e si rassegnano… Non avrebbe mai rinnegato tutti quei disgraziati, morti pur essendo innocenti.”

Non si sottomette. Si presenta al capo del Consiglio scientifico deciso a difendere le proprie posizioni o ad andarsene. E come previsto, lo lasciano andare. Sokolov, l’amico di un tempo, prende le distanze, riparandosi dietro scuse assurde: “non si può combattere la demagogia”. I colleghi lo condannano per aver stravolto il pensiero leninista sulla materia, scimmiottando gli scienziati occidentali interessati alla sola teoria. E’ invitato a presentarsi al Consiglio scientifico a fare abiura e a rientrare nei ranghi. Non accetta, destando grande scandalo. Si chiude il cerchio dell’ostracismo intorno a lui.

Comincia l’esilio da tutto ciò che ama. Egli teme che alla disgrazia si aggiunga l’arresto a causa dei rapporti intrattenuti a Kazan con dubbi personaggi. Più nessuno suona il suo campanello e di questo è felice perché ha paura che facciano irruzione i funzionari della Lubyanka. Chiuso in casa, per settimane non riceve più una sola telefonata. Finché un giorno, l’apparecchio squilla.
“Buongiorno Compagno Strum”
Strum fa segno a sua moglie di sedersi.
“Buongiorno Joseph Vissarionovitch. “
In un paio di minuti Stalin gli fa capire che è interessato alle sue ricerche , gli chiede se la guerra gli fa mancare le attrezzature necessarie e lo saluta augurandoli successo nel suo lavoro.

La fine della guerra si avvicina, ma una nuova schiera di nemici si sta allineando contro lo Stato sovietico. E’ l’inizio dell’era nucleare. E Strum, con le sue inutili teorie, è diventato indispensabile. Comincia per lui un momento di gloria. Macchina di lusso, tesseramento alimentare di lusso, stipendio e abiti di lusso. Amici ritrovati che gli si affollano intorno. Donne che ricercano sua moglie nelle code per la spesa, invece di evitarla come facevano prima. Ci vuole poco perché Strum dimentichi i tempi difficili e si adagi. Si convince che è giusto, dato il valore del suo lavoro. Si lascia cullare dalla potenza dello Stato, non critica più, non vede più i difetti, diventa un patriota a tutto tondo e s’illude di esserlo sempre stato.

Un giorno, il Presidente dell’Accademia lo invita nel suo ufficio insieme ad altri due colleghi, lo circonda di affetto e poi gli fa vedere una lettera, chiedendogli di firmarla. Un’odiosa campagna di stampa è stata lanciata da “sfere vicine al governo inglese” contro l’Unione sovietica, accusata di avere fucilato intellettuali dissidenti. Nei giornali di Londra si citano cifre spaventose e si riporta anche la notizia della sentenza di morte comminata a due noti medici incriminati per l’assassinio di Gorki . Gli scienziati britannici hanno organizzato un comitato a sostegno dei due medici in pericolo di vita. Queste notizie sono rimbalzate fin sul New York Times, provocando l’indignazione dell’intellighenzia sovietica. Calunnie gravi che mirano a “suscitare un atteggiamento ostile contro il nostro Stato”.

La lettera è la giusta smentita del mondo accademico sovietico e Strum è invitato ad aderire all’iniziativa. Chiede tempo per “riflettere su questi fatti gravissimi.” Non c’è tempo. Chiede qualche correzione, lo accontentano, non c'è scampo. Quei due medici, li conosce di persona, sono professionisti tranquilli e rispettabili. Come si fa ad accusarli di un tale criminine? E, tuttavia, hanno confessato durante l’istruttoria, durante il processo… Legge la lettera, Strum: “difendendo questi degenerati… portate acqua al mulino del fascismo.” E ancora “il sangue versato dai nostri figli a Stalingrado ha segnato una svolta nella guerra contro Hitler e voi, senza volerlo, prendete la difesa di questi valletti della quinta colonna.” E ancora “Da noi, come da nessun’altra parte, gli uomini di scienza sono circondati dall’affetto del popolo e dalle cure dello Stato”.
Giusto. E per di più, dice uno dei presenti “ ho sentito dire che Joseph Vissarianovich è al corrente di questa lettera e l’approva.” La firma di Strum è indispensabile… E Strum tira fuori la penna e firma.

Impazzisce. Chi altro, fra i suoi amici più cari e più rispettati, ha firmato? Non riesce a saperlo. Nel giorno stesso in cui ha tradito la sua coscienza, i suoi collaboratori gli mostrano particolare affetto e rispetto. Non sanno niente. La donna che ama gli telefona. E’ la moglie di Sokolov e gli dice: “Sono sicuro che lui ha potuto resistere grazie alla tua forza. E’ andato tutto bene.”

“Ebbe voglia di correre per le strade, gridando per la vergogna.” Passa una notte bianca, al termine della quale decide che non è troppo tardi. “…bisognava lottare per aver il diritto di essere un uomo, di essere buono e puro … E se sopravviene il momento fatale, l’uomo non deve temere la morte, non deve aver paura se vuole restare un uomo.”
Strum conclude, non del tutto convinto: “Bene, vedremo. Forse avrò la forza…”

Forse.

N.B. Le citazione tratte dal libro sono virgolettate.

mercoledì 20 gennaio 2010

I conformisti di Pieluigi Battista

Pierluigi Battista ci concede una puntuale e, direi, amara riflessione sulla qualità degli intellettuali italiani del nostro tempo, intellettuali che dovrebbero avere il preciso compito di sentinelle, non del ben pensare, ma del pensare bene, altra cosa. Non è così in Italia.

Giorni fa, un mio giovane amico mi raccontò una storia tratta direttamente dalla sua esperienza. Nel suo tempo libero si occupa della manutenzione di un castello storico ancora occupato dall’antica famiglia d’origine. Un giorno, in sua presenza, arrivò una visitatrice con un libro che presentò al proprietario dicendo: “mio marito era un partigiano nell’ultima guerra e quando venne a fare un sopralluogo qui, si portò via questo libro dalla sua biblioteca. Ormai è morto e ci tengo a ridarglielo." Il proprietario la guardò appena e pose il libro da parte con disprezzo. Il mio amico ci rimase molto male, giacché l’offerta della donna era in buona fede. Ma poi venne a conoscere le circostanze di quel “sopralluogo”: il padre del proprietario era stato barbaramente ucciso in quell’occasione e il ricordo della sua morte era ancora vivo nella memoria della famiglia. Il mio giovane amico mi disse: “ho imparato qualcosa. A vedere i fatti.”

Vedere i fatti, nudi e crudi, senza paraocchi. Per raggiungere un giudizio equilibrato su eventi e uomini, bisogna cercare di conoscere i fatti oggettivi. Questa è la condizione vera di una vera tolleranza. Può comportare anche uno sforzo di contestualizzazione non necessariamente relativistico, quasi sempre necessario. Ci sono dei casi in cui i fatti parlano da soli, il nazismo, il comunismo ecc… Ma in tanti altri casi si può e si deve scavare fino ad arrivare a ciò che è realmente accaduto. Altrimenti, in modo superficiale, si divide il mondo in buoni e in cattivi per definizione, cosa inaccettabile e finora impraticabile sul piano storico, politico e umano. Craxi insegna. Del Turco, Leone, e tanti altri pure.

Pierluigi Battista nota negli intellettuali la presunzione di conoscere i fatti solo perché sono intellettuali. Pasolini che dice: “Io non ho prove, ma so perché sono un intellettuale." Indolenza, vanità, opportunismo, ambizione, queste sono le componenti che Battista, forse senza volerlo, rileva nel descrivere il conformismo degli intellettuali. Di destra o di sinistra, non importa. Non si sporcano mai le mani alla ricerca dei fatti, anche perché i fatti possono contraddire e distruggere i loro castelli ideologici. Guai! Godono di impunità: non rispondono di nessuna loro azione, non hanno mai riconosciuto che le parole possono diventare pugnali e fare molte vittime. E non solo le parole, ma anche il silenzio, se è una scelta di voluta indifferenza.

Abbiamo bisogno d’altro. O forse, semplicemente, non abbiamo bisogno di intellettuali che esercitano la censura senza investitura alcuna. Meglio le persone che riflettono senza farne un mestiere.

mercoledì 6 gennaio 2010

Vita e destino di Vassili Grossman.- 2

Capitolo 14. Un breve riassunto.

Il colloquio tra Liss, il funzionario della Gestapo, raffinato, blasé e stanco del mestiere che fa, e Mostovskoi il vecchio bolscevico prigioniero in un campo tedesco. Liss non vuole niente, non minaccia né estorce ammissioni, vuole solo discutere con il vecchio bolscevico e convincerlo che le loro due nazioni –la Germania nazista e la Russia sovietica – sono affini , speculari, divise da una guerra in cui chi vince farà vincere anche l’avversario disfatto. Tutte e due nazioni di lavoratori, dove il capitalismo è al servizio dello Stato-Partito, dice lui. Quale è dunque la differenza? Sono armate della stessa visione: costruire la grande forza nazionalista del XX secolo, “Il nazionalismo è l’anima del nostro tempo, dice. Il socialismo in un solo paese è l’espressione suprema del nazionalismo.” Ogni strumento è giustificato a questo fine, in tempo di guerra come in tempo di pace: la persecuzione degli ebrei, la repressione del dissenso, la soppressione della libertà, affinché vinca definitivamente lo Stato-Partito, l’unico a sapere ciò che è bene per tutti. “Il vostro terrore ha ucciso milioni di persone e noi tedeschi siamo stati gli unici a capire che era necessario e giusto,” sostiene Liss e aggiunge: “Siamo forme diverse di una stessa essenza.”

Mostovskoi non capisce quale è il gioco del nazista: forse vuole davvero solo capire? Questo induce nel vecchio bolscevico un attimo spaventoso d’incertezza. E se i dubbi che s’impadroniscono di lui, a volte timidi, altre volte distruttori, fossero la parte più onesta e più pura della sua anima? Presto, però, si riprende, e conclude tra sé: “Se credessi in Dio, penserei che mi abbia mandato questo strano interlocutore per punire i miei dubbi.”

Fede ferrea in entrambi i casi, intrisa di paura, di opportunismo e intimamente, a livello individuale, di una cecità volontaria. Essa è alla radice dell’imperdonabile tragedia in entrambi i Paesi, tragedia che si protrasse per 44 anni in l’Unione sovietica alla quale la vittoria, non raggiunta dai nazisti, diede un’inspiegabile legittimità.

Ne riparliamo ancora di questo libro.

venerdì 18 dicembre 2009

Mossadeq

Senza ergersi a giudice, Stefano Beltrame racconta un personaggio ancora oggi difficile da decifrare, Mohamad Mossadeq. E' l'occasione di farci rivisitare la storia appassionante e significativa di un Paese, l'Iran, che ha pagato un prezzo alto per la benedizione/maledizione del petrolio del suo sottosuolo. Non colonia vera e propria, quasi colonia, spesso occupato, mai veramente libero di autodeterminarsi perchè sempre al centro del "Grande Gioco" condotto da altri, l'Iran di oggi si spiega con l'Iran di ieri, di cui Mossadeq è stato un grande protagonista, grande per visione certo, ma anche per velleità di potere. Difficile dire quale delle due cose prevalesse in lui, difficile quindi un giudizio storico del suo operato anche a sessant'anni di distanza. Un'occasione perduta che il Paese continua a scontare nella sua tormentata storia odierna.

venerdì 30 ottobre 2009

vita e destino

Leggere "Vita e destino" di Vassili Grossman per capire l'immensità della devastazione che si è abbattuta sulla storia dell'umanità nel 20° secolo, una storia che già di per sé era stata un tessuto di tragedie per millenni. Una sfida per chiunque affidarsi ancora a delle ideologie.