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martedì 18 maggio 2010

Tariq Ali Khan - 4

Era un altro uomo. Se avesse voluto guardarsi allo specchio, si sarebbe stupito di vedere una faccia sconosciuta, magra, indurita dal sole e dalle intemperie, le occhiaie profonde, i capelli nascosti dal largo turbante nero che aveva rimpiazzato la ciambella color terra indossata tradizionalmente dai pashtun, la barba, infine, cresciuta piuttosto rada e incolta, non molto pulita. Tranne le abluzioni rituali, seppure perfettamente eseguite ogni giorno, non c’era modo di lavarsi a fondo. Tariq non se ne curava da tempo. Si era come dimenticato di se stesso, del ragazzo che era stato, dei suoi sogni italiani e non lasciava riemergere alcuna immagine del passato. Fu la paura a ricordargli che esisteva, a ricordargli la sua realtà in carne e in ossa che, da un giorno all’altro, rischiava di andare a pezzi. Non capiva la morte, non riusciva neanche a immaginarla. Allora si chiedeva quale era preferibile: quella di Ashraf, di Hamzah, di Ebadullah? La cintura, dicevano in molti ormai. Era praticata con ottimi risultati dai fratelli iracheni, consentiva di arrivare sul bersaglio senza farsi notare. Un poveraccio somiglia a mille altri poveracci e passa inosservato semplicemente perché nessuno lo guarda. E, forse sì, quella morte sarebbe stata preferibile perché istantanea.

La neve era scomparsa da tempo. Era passata la primavera, quasi inosservata ed era arrivato il gran caldo, tempo di guerra per eccellenza. Tariq Ali dovette fare fagotto. Lo rimandavano indietro, nello Helmand, e si doveva stabilire a Garmsir, cittadina nella parte meridionale del distretto. L’offensiva comune degli americani e degli inglesi aveva raggiunto l’obiettivo e, dopo vere battaglie, con i nemici che si fronteggiavano a suon di artiglieria, gli stranieri erano ormai riusciti a fare sloggiare gli insorti. Costoro avevano girato i tacchi. I contadini erano tornati con le loro famiglie, avevano ripreso i lavori nei campi, riparavano tetti e muretti di cinta sbrecciati dalle sparatorie. Si lasciavano avvicinare dalle truppe inglesi rimaste, e ascoltavano le offerte di danni di guerra, di aiuto per il ripristino del sistema d’irrigazione che prendeva l’acqua dal vicino fiume. Una tregua insperata di cui approfittavano gli insorti per mimetizzarsi definitivamente con la popolazione. Tariq Ali, con loro.

Lo avevano indirizzato al bazar di Darweshan che aveva ripreso l’attività a pieno ritmo. Passava molto tempo seduto sulla soglia della bottega di un barbiere, bevendo infinite tazze di tè nell’attesa che gli fossero riferite le notizie che portavano i clienti e soprattutto in attesa degli ordini dall’alto. La notte, era ospitato nell’unica stanza del barbiere e lì stava anche il fratello, privo di gambe. Gli erano saltate via durante la battaglia di Helmand, mentre stava parlando al suo capo, a riparo di un muretto. Un drone era passato sopra di loro, ne aveva identificato l’esatta posizione e li aveva colpiti. Il capo era morto e lui era rimasto gravemente menomato. I suoi compagni lo avevano caricato su un pick-up, nascondendolo sotto le balle di mais per la prossima semina. Lo avevano portato all’ospedale degli italiani a Lashkar Gah, dove nessuno faceva domande. Era tornato a casa con due moncherini al posto delle gambe. Non poteva più chinarsi verso la Mecca, ma era ancora vivo e ora sedeva giorno dopo giorno su uno stuoino, a rimpiangere il suo passato di guerriero. Era lui il vero referente di Tariq, gli raccontava come erano andate le cose, gli spiegava come dovevano andare.

Cominciarono a uscire, a farsi vedere insieme. Era necessario per meglio fondersi nel paesaggio e non dare nell’occhio. Tariq spingeva la sedia rotelle dell’amico, costruita con assi di legno e ruote di bicicletta. Facevano un breve tratto fino al campetto del barbiere e Tariq sarchiava, zappava e ascoltava i discorsi di Sardar, mormorati con voce cupa. Gli spiegava come le nuove leve di combattenti insorti avevano riportato in primo piano la guerra santa. Pashtun sunniti contro gli sciiti oltre il confine iraniano, kashimiri mussulmani contro indù, uzbechi mussulmani contro la Russia non più comunista ma prepotente lo stesso, pronta a soffocare le istanze religiose che potavano dilagare nella regione, pachistani mussulmani contro americani non solo cristiani ma anche egemoni, con i loro soldi e la loro pretesa di dettare legge al governo di Rawalpindi. Il segno vero dell’insorgenza era l’Islam e caratterizzava, più dell’oppio, la lotta raso terra, fuori dai giochi d’interesse dei grandi capi. Tariq riusciva a focalizzare le cose meglio che in passato. Sapeva che Sardar non stava fornendo la sua personale opinione, gli descriveva un nuovo aspetto della situazione. Ciò provocava in lui l’amaro rimpianto di aver rinunciato così a lungo ai dettami sacri dell’Islam, di aver desiderato con passione le ricchezze dell’Occidente, le carni impudiche delle donne sulle spiagge italiane, una libertà che gli aveva fatto perdere il senso della propria dignità. Voleva pagare l’errore, meglio ancora con la morte.

Era chiaro ormai che gli insorti non potevano confrontare i nemici in battaglia. Dovevano scoraggiarli con azioni mirate e numerose, togliendoli il sonno la notte, tenendoli sempre in stato d’allarme. Dicevano che gli stranieri erano i cani e loro le pulci, innumerevoli, in grado di uccidere il loro ospite. Questa nuova strategia del mordi e fuggi era cominciata in piena estate, e impiegava altri pachistani, più spendibili forse agli occhi della popolazione.

L’arma migliore era quella che gli stranieri chiamavano ieds. Erano ordigni improvvisati che al posto dell’esplosivo, usavano prodotti agricoli, perlopiù concimi chimici facilmente reperibili e gasolio, componenti rudimentali che si potevano comprare in ferramenta, spago, nastro adesivo, filo di alluminio, pile comunissime. C’era anche un’imbottitura di chiodi e bulloni che, nell’esplosione, sarebbero schizzati ogni dove, per recare il maggior danno possibile. Il marchingegno era installato nei bossoli di artiglieria abbandonati sui terreni di battaglia o, alla peggio, dentro una semplice scatola di cartone. Era poi nascosto sotto il ciglio di una delle tante stradine sterrate che correvano tra il fitto reticolo dei fossi d’irrigazione e congiungevano un villaggio all’altro. I grossi mezzi blindati della Coalizione erano costretti a percorrerle a passo d’uomo e non potevano evitare di schiacciare con le ruote quelle mine caserecce. Adesso correva voce che i nemici avessero congegnato un nuovo, indistruttibile veicolo antimina e qualcuno li aveva pure avvistati, ma solo sulle strade importanti. A Garmsir, nella zona verde, aprirne di nuove tra muretti e fossati era impossibile. Gli stranieri erano intrappolati, il loro progresso era rallentato dalla ricerca delle mine. Talvolta ci mettevano una giornata intera per bonificare una strada, e appena credevano di avere superato l’ostacolo, s’imbattevano in altri ordigni micidiali che gli insorti piazzavano avanti avanti a loro. Morivano come mosche, dentro i loro mezzi squarciati, o fuori quando erano costretti ad andare a piedi. Avevano vinto la battaglia dei due anni precedenti, non avevano vinto la guerra, perché la vera guerra era adesso.
Tariq e Sardar sapevano di essere anelli di una lunga catena invisibile. Nella catapecchia dentro l’orto del barbiere fabbricavano i loro strumenti di morte, e nel cuore della notte Tariq andava, vanga in mano, a posizionarli in punti prescelti. Di giorno, volavano gli elicotteri e viaggiavano i blindati, la campagna brulicava di militari. E anche la notte poteva essere pericolosa. Gli successe, così, di imbattersi in una pattuglia alla ricerca dei morti del giorno prima, o in un gruppo di artificieri che a tarda ora non aveva ancora finito il lavoro. Due volte, dovette mollare lì i suoi pacchetti sotto un cespuglio e darsela a gambe. In entrambi i casi, ebbe fortuna. All’alba sentì lo stesso la deflagrazione, segno che qualcuno c’era passato sopra.

I consigli di Hamza erano serviti, niente fili elettrici stesi, niente telefonini: il detonatore era piazzato sotto placche di pressione, e bastava il peso del veicolo, o anche di un uomo a piedi a innescarlo. Tariq non si attardava. Intorno a una zona minata di fresco, c’era solitudine e silenzio. Nessuno si faceva vedere, il passaparola funzionava. I militari occupanti lo sapevano, si spaventavano ad attraversare luoghi completamente deserti. Rastrellavano le case e gli orti nascosti dietro i muretti di terra battuta. Erano venuti anche da loro una sera sull’imbrunire. Tariq e Sardar erano seduti fuori a fumarsi una pipa di oppio. Non c’era niente da trovare, tranne arnesi da lavoro, taniche vuote, qualche cesta di cetrioli. Se n’erano andati, dicendo che la stradina sarebbe stata chiusa l’indomani. Di lì non sarebbe più passato nessuno. Tariq decise un’ultima sortita. L’ordigno era già pronto per ogni evenienza, sepolto in una fila di pomodori. Se chiudevano la strada, di sicuro voleva dire che l’avrebbero usata e non poteva lasciar passare l’occasione.

L’orto del barbiere non era lontano dal ponte sul canale principale ricostruito da poco dagli americani. Quest’ultimi, insieme ai soldati inglesi, avevano svolto anche un grosso lavoro di ripristino di tutto il sistema d’irrigazione realizzato negli anni Cinquanta da una ditta USA, e poi caduta in degrado. L’ideale sarebbe stato attaccare il ponte stesso, dove passavano spesso i mezzi militari, ma non era realistico giacché era presidiato. Per di più serviva anche alla popolazione locale che l’insorgenza non voleva mettersi contro. Tariq scelse un fosso di scolo abbastanza aperto, con una fila di palme a venti metri, una vegetazione più fitta e disordinata appena in paese, che poi diradava prima che le acque si ricongiungessero al sistema principale. C’era un punto preciso che Tariq voleva evitare dove il fosso si slabbrava un poco e correva lungo il viottolo. Lì, le donne andavano a prendere l’acqua e a lavare i panni, e Tariq non voleva morti innocenti sulla coscienza. Più in là, la strada in uscita si faceva un po’ più ampia ma era sconnessa e piena di pietrisco. Aveva visto molte volte i veicoli di passaggio rallentare in quel punto. Le sponde del canale erano friabili e si adagiavano con un pendio leggero nell’acqua. Con poco sforzo avrebbe potuto piazzare il suo pacco rinvolto nella carta marrone.
Quella sera riportò Sardar a casa e tornò indietro che era già buio. Stesse in attesa, fumando, e riflettendo. Finora, era andata bene, aveva raggiunto gli obiettivi e non era morto. Si sentiva più sicuro, anche se il suo cuore pareva un sasso ormai. I soli pensieri che gli frullavano in testa come un ritornello impazzito erano che non voleva morire, non voleva tradire, non voleva uccidere.

Poco prima dell’alba, rinvolto che ebbe la sua scatola in una pezza legata con quattro nodi, uscì dal recinto dell’orto e s’incamminò con la vanga a spalla. Costeggiò la fila di palmizzi poi, tagliando di sbieco, si addentrò nella parte più coperta lungo il canale dove non filtrava alcuna luce. Tariq giunse laddove la sponda era più dolce, scavò velocemente sotto il ciglio e piazzò la mina direttamente sotto il pietrisco, ricoprì il tutto con la terra smossa. Quando tornò sulla strada, gettò un’occhiata all’indietro, vide che non c’era niente da vedere. Procedette a passo spedito. Il sole cominciava a salire e la giornata prometteva di essere rovente. Udì il rombo dei veicoli militari sul ponte. Una pattuglia avanzava in avanscoperta e come Tariq fu avvistato dai soldati, scoppiarono grida di “yallah!Yallah”. Fece dietrofront, il cuore in subbuglio e fu allora che la vide. La bambina che spingeva una carriola con una tanica per l’acqua sopra. Non più di otto anni, un vestitino di cotone scuro che le scopriva le ginocchia. Era quasi all’altezza dello slargo dove le donne abitualmente venivano a fare il bucato. Faticava a guidare la carriola, doveva spingere forte. Tariq, spaventato, prese a correre, urlando “yallah!yallah anche lui, facendo grandi segni con le braccia per farla allontanare. Lei alzò la testa,lo guardò smarrita, rallentò, non si fermò subito. Tariq proseguì la sua corsa impazzita, dentro di lui un unico grido: No! Non lei, non lei!! Gli pareva di volare sul pietrisco. Si accorse all’ultimo minuto di esserci sopra, alla mina. Solo io, pensò. Nient’altro.

martedì 4 maggio 2010

Tariq Ali Khan - 3

Tariq Ali ascoltava. La tensione era forte. Sulle strade l’oppio e le armi viaggiavano con più difficoltà e se la situazione peggiorava, l’insorgenza correva il rischio di trovarsi in brutte acque finanziarie. Erano scontenti tutti, i capi politici insediati a Quetta, i potenti trasportatori che operavano su una rete ramificata fino in Asia Centrale, in Turchia, sul Golfo, fino in India e in Europa, e anche i contadini che con l’oppio vivevano. Si diceva che gli stranieri avrebbero bombardato i campi pur di togliersi quell’affanno della droga che rovinava i loro paesi. Fu allora, nelle sue visite ai bazar, che Tariq, mescolato alla folla di nullatenenti e disoccupati che da sempre popolavano strade e mercati come questi, capì quanto fosse ampio il supporto della gente agli insorti. Come poteva l’esercito straniero venirne a capo? Sarebbe bastata la potenza, la ferocia o la superficiale bonarietà? E tuttavia, si rese conto che gli umori nella galassia variegata dei capi erano mutevoli, e continue le lotte interne tra diverse fazioni, seppure sotto il cappello della grande Jirga. Il controllo del territorio era ormai assicurato, ma la diversità d’intenti rendeva le cose fragili. La religione stava diventando un pretesto, l’autonomia tribale contava sempre meno, e di più, molto di più contava una pragmatica gestione degli interessi e degli intrecci politici. E lui, umile messaggero, spia, fattorino, stava attento a non fare passi falsi, a non dare la sua opinione, a non dire una parola in più.

A raso terra, anche nel suo campo di appartenenza come in tutti gli altri della stessa dimensione, il dilemma c’era. Chi seguire a questo punto? Spesso incomprensibili gli ordini delle sfere più alte. Ubbidire a quelle strategie di più ampio respiro o farsi carico di azioni che assicuravano l’autonomia dei capi locali e dei loro consigli in miniatura, azioni che avrebbero potuto metterli in prima fila nella ressa d’insorgenti che, di qua e di là al confine, cercavano di dettare la politica internazionale e rivendicavano l’attenzione delle grandi televisioni? Gli anziani restavano legati a doppio filo al Corano. Molti di loro si rifacevano alle proprie esperienze sul campo, negli anni di lotta contro i sovietici e contro i valletti comunisti da loro messi al potere. Erano veterani di una guerra diversa, paziente e di lunga durata, fatta di attese e di agguati cruenti in cui spesso erano mozzate le teste dei soldati nemici, per poi servire da preda nelle sfrenate partite di buzkashi.

In tempi più recenti, dopo la guerra fratricida tra fazioni della stessa fede, ne era emersa una vittoriosa, prendendosi il governo dell’intero Paese. Poi era stata cacciata dalla potente Coalizione, nella scia gli attacchi all’America, ma non era sparita. Era ormai troppo radicata nelle popolazioni e si portava dietro l’adesione dei combattenti di altre guerre. Da anni il mosaico dell’insorgenza si arricchiva di molti nuovi elementi, arabi, turchi, ceceni, kashmiri, fedeli alla bandiera dell’Islam e della rivolta, ma ognuno con propria fisionomia e rivendicazioni nazionali. Forza e debolezza insieme di uno Stato insediatosi nel cuore degli Stati della regione, con la testa dell’idra, dove i leader diventavano sempre più occupati nella gestione del proprio potere. La vera forza vitale erano i giovani, capi e soldati, e avevano fretta non di governare, ma di combattere.

I compagni di Tariq erano uzbeki, yemeniti, egiziani, persino un anglo-africano, immigrati per convinzione o per necessità. I pashtun erano perlopiù ragazzi cresciuti fuori da ogni regola tranne la sopravvivenza, nei campi profughi sul confine pachistano. Avevano scoperto tutti i mezzi per difendersi, riempirsi le tasche di denaro, barattare notizie e strappare informazioni. Maneggiavano armi ed esplosivi con disinvoltura. Premevano per entrare in azione, stanchi di dover fare i contadini di giorno come copertura, nell’attesa che accadesse qualcosa. Pensavano di conoscere meglio la situazione sul terreno, gli spostamenti di truppe, i pericoli incombenti. E sui vecchi avevano davvero qualche vantaggio. Di oppio erano sempre provvisti e, nei vicoli di Quetta, esso era la merce di scambio per acquistare portatili e telefonini ultimo grido con videocamere, relative chiavette per collegarsi a internet e altre, minuscole e potentissime, da portarsi appresso, nelle tasche profonde, per archiviare documenti e foto. Avendo imparato subito a leggere i siti dell’insorgenza, a mandare messaggi e-mail, inviare e ricevere sms, erano molto informati. Per vie misteriose riuscivano a impadronirsi di ogni strumento nuovo con disinvoltura e intasavano l’etere con un chiacchiericcio continuo, in cui ogni parola aveva un significato diverso, ogni nome ne copriva un altro. Senza saperlo, si affrancavano dalle regole ferree della vita tribale e anche dalla tutela religiosa. Era a loro che si rivolgeva la nuova generazione di capi che, per ora, si era solo affiancata a quelle vecchie e manovrava per prenderne il posto.

Tariq era l’ultimo arrivato nel campo e il meno preparato. Intanto, mentre imparava, vedeva scomparire l’uno dopo l’altro quegli addestrati prima di lui: Idris, il nigeriano che si era dato il nome di Abu Taleb, inviato a compiere un attentato contro un aereo di linea in Europa, arrestato, e forse era il più fortunato; Ashraf, figlio di ricchi egiziani che aveva scelto la rivolta ed era morto su una strada di Herat, facendosi saltare in una toyota al passaggio di un convoglio italiano; il giovanissimo Hamza, a lui il più caro - era yemenita e gli aveva insegnato tutto sulle bombe - ucciso dalla raffica di mitra di un soldato straniero mentre correva diritto sul suo vecchio scooter-bomba verso un posto di blocco. Ebadullah, l’afghano dagli occhi tristi che, dopo essersi incatenato addosso una cintura di esplosivi, se la fece esplodere durante un rito sciita in una moschea di Zahedan. Tutti sapevano di questi fatti ma li tacevano per proteggersi da se stessi. Tariq, come gli altri, era triste e si poneva delle domande. Non conosceva le risposte e neppure era sicuro di volerle conoscere. Sapeva solo che si avvicinava il momento. A mano a mano che diventava più bravo, cresceva la sua paura. E lui la frenava, la ricacciava indietro e si attaccava alle sue convinzioni degli ultimi mesi. Da quel cerchio infernale che gli si era stretto intorno non poteva uscire. Non c’era modo. E quando qualcuno dei suoi amici gli sussurrava “hai paura?”, lui rispondeva freddamente “si, ho paura, fa parte del nostro lavoro”. Era un modo per sdrammatizzare.

martedì 20 aprile 2010

Tariq Ali Khan - 2

Il funzionario di polizia all’aeroporto gli faceva delle domande in pashtun. Tariq balzò fuori dai suoi pensieri con il cuore in gola e raccontò la storia della sorella. Doveva giustificare la sua presenza nel paese.

L’altro lo squadrò, scrutò di nuovo ogni pagina del passaporto, scosse la testa un paio di volte. Gli fece qualche altra domanda, volle sapere quanti soldi aveva con sé. Cinquemila euro? Perché così tanti? Cosa aveva da comprare? Volle vederli. Tariq aveva già capito. Tirò fuori il portafoglio. Niente di cambiato, insomma. Da qualche parte, nel profondo, scattò in lui un sentimento di orgoglio di non vivere più in posti come questo, ma lo zittì subito. Ormai non sarebbe tornato indietro e doveva regolarsi.

Dormì in una locanda del bazar. Mangiò per colazione un pezzo di pane e formaggio con un bicchiere di tè bollente, sciogliendo lentamente una zolletta di zucchero fra i denti. Avrebbe voluto restare lì seduto, nel piccolo caffè all’ingresso del bazar, ad ascoltare i discorsi degli avventori che parlavano di guerra, di soldati stranieri e di fatti personali, nella lingua pasthun che era anche la sua. Ma non poteva, c’era un autobus da prendere per andare verso sud, una carcassa di autobus che avrebbe aspettato a lungo di sicuro, con fiancate dipinte e porta-pacchi straripante. Il deserto e le montagne sarebbero sfilati davanti ai suoi occhi, tenendolo sveglio a dispetto del posto scomodo, dell’odore di corpi pigiati e non lavati. Nessun rimpianto: già sprofondava nel passato remoto, già si era lasciato dietro tutti gli orpelli occidentali. Niente completo e cravatta, una lunga tunica bianca sopra i pantaloni larghi, un gilè di lana grezza, un copricapo mussulmano appoggiato sul cranio, la barba che cominciava a infoltire, non ancora a crescere. Tempo un giorno, l’abbigliamento comprato nel bazar si sarebbe sgualcito e, strusciando qua e là, avrebbe perso il biancore del nuovo, le scarpe senza calzini che gli tormentavano i piedi si sarebbero impolverate in modo irrimediabile. Più nessuno avrebbe posato su di lui uno sguardo indagatore e questo lo rasserenava. I posti di blocco erano ovunque, gli stranieri erano sospettosi, facevano scendere tutti per meglio perquisire l’autobus. Ma nell’entroterra brullo e spopolato, spesso i soldati erano afghani e si stancavano di tutti quei poveracci scalcagnati come loro, spesso orbi o mutilati. Facevano presto e se non trovavano niente, lasciavano perdere. Era impossibile vedere tutto, controllare tutto e passato l’autobus, si mettevano a fumare sul ciglio della strada in attesa del prossimo, in attesa di un attentato che sarebbe arrivato prima o poi e che non erano in grado d’impedire. Neanche si accorsero di Tariq, dei suoi soldi, della sua faccia pachistana. Il paese era un crogiuolo di razze le quali, anche se nemiche, erano familiari. Tariq osservava tutto, sospettoso pure lui, e concludeva che non era certo difficile piazzare una bomba in queste condizioni e fare saltare tutti quegli sfaccendati di soldati, ma a che pro? Altri erano gli obiettivi. Zittì di nuovo i suoi pensieri, non spettava a lui dare giudizi o prendere decisioni. Lui era venuto a imparare e obbedire, glielo avevano ripetuto tante volte a Milano, dentro e fuori la moschea.

Presero verso sud-est, sull’altopiano infinito, si avvicinarono di nuovo alle montagne che fino allora orlavano l’orizzonte. Le facce erano diverse, numerosi sempre i pashtun che vivevano di qua e di là al confine, ma anche baluch dai grandi baffoni e dai pantaloni alla zuava. Il motore dell’autobus fumava, ogni tanto una gomma schiantava e bisognava fermarsi a farla riparare in qualche villaggio remoto. Tutti giù ad aspettare su un piazzale, o a giro a bersi un bicchiere di tè, nessuno si spazientiva, nessuno imprecava, i bambini schiamazzavano e correvano felici. Ad alcuni mancava una mano o un piede, per via delle mine, e non appena fermo l’autobus, erano i primi a scendere, abbandonando la stampella per correre a saltelli dietro al pallone. Le donne si accovacciavano in vista, allargavano i burqa come una tenda e sotto facevano la pipì. Mancavano ancora ore di viaggio, ma oltre le montagna c’era Quetta, c’era il suo paese e c’erano coloro che lo dovevano ammaestrare.

A Milano, gli avevano spiegato molte cose che, per vie misteriose, non gli risultavano nuove. Sul viaggio, quasi niente: un numero di telefono a Kabul dal quale ebbe un altro numero di Kandahar, senza dettagli, senza nomi, e così via fino al confine. Meno sapeva, dicevano, e meglio era. Tanto avrebbero organizzato tutto loro, nel più infimo dettaglio, e così avvenne. E tuttavia, Tariq Ali era riuscito a carpire qualche indizio da altri giovani come lui, nella moschea. Non sapeva se fossero solo voci, ma un quadro sfuocato e allo stesso tempo plausibile era uscito fuori dai pochi discorsi sussurati. Quanto bastava a farsi un’idea. Quel percorso verso sud-est era l’asse più importante, ormai, lungo il quale correvano i carichi di armi e di quel bene prezioso che era l’oppio e, a ritroso, dei guadagni enormi che ne scaturivano. Tutto in pick-up scalcagnati, carrettini, a dorso d’asino … L’importante, di volta in volta, era arrivare in fondo al viaggio senza intoppi. Quetta, la sua città natale, era il centro di smistamento dove s’incontravano le parti interessate e, anche in questo, vi era una specie d’inevitabilità nell’incontro tra il suo destino personale e la sopravvivenza della sua gente. Resistere, questo era lo scopo finale, resistere all’annientamento delle proprie usanze e della propria causa. Non era un diritto di tutti i popoli? Perché e in nome di che cosa veniva loro negato? Tariq Ali era convinto ora che la sua scelta fosse giusta e guardava alla sua esperienza in Italia come un tradimento da riscattare.

Resistere era meno difficile di quanto sembrava. I capi non avevano detto quasi niente e restavano sul generale. E tuttavia alcune cose avevano colpito Tariq e lo avevano fatto riflettere. Le forze occupanti, grandi per potenza militare e finanziaria, erano asserragliate nelle loro mega-fortezze, tanto più imponenti quanto più vulnerabili. Non capivano niente dell’arcipelago tribale formato dai nemici e davano alle sue provocazioni risposte massicce, quanto mai prive di agilità e quindi di efficacia. Faceva ridere la cecità della Coalizione internazionale rispetto alla realtà sul terreno, pareva quasi incomprensibile ma di sicuro era un pegno di successo per gli insorti. Non capivano, americani, australiani, italiani, che l’Afganistan aveva vinto tutti gli occupanti precedenti quasi senza armi e senza mezzi, solo con la sua capacità di sacrificarsi. Milioni di persone erano morte per questa causa, in passato, e gli occupanti erano sempre stati cacciati. Ora cercavano di darsi sottili strategie basate sui loro principi di gente civile. Ma l’Afganistan non voleva essere aiutato, ricostruito, protetto, rincivilito, voleva solo essere lasciato in pace, libero di risolvere i suoi problemi e di vivere la vita secondo le regole secolari della sua variegata gente. Aveva troppo sofferto per aver paura della sofferenza. No, la sofferenza non era il suo problema, per questo avrebbe resistito anche questa volta, con l’aiuto di Dio. Lì era stata alzata la bandiera che ora sventolava anche in Pakistan, in Iraq, in Palestina, in Iran…

Il lungo nastro di asfalto grigio. Tutto intorno, il deserto, la polvere spaventosa che penetra in ogni angolo dell’autobus, si annida nei vestiti, nei capelli, sulle sopraciglia, nel naso e in bocca, se non vi si pone una pezza. Interminabili ostacoli. Soldati stranieri con i posti di blocco, tutti con gli occhialoni scuri a nascondere il viso, le stesse bardature, le stesse macchine di morte, e gli sminatori e ovunque bambini che corrono qua e là a curiosare a loro rischio e pericolo, specie quando passano le colonne degli invasori, proprio per via delle mine e delle macchine degli attentatori ormai comunissime, imbottite di bombe, che stanno in attesa dei mezzi militari sul ciglio della strada, americani, qui canadesi, altrove inglesi, italiani o australiani.

Un unico colore. Le basse case di fango in cortili di terra battuta, tutte uguali, che rendono il paesaggio tutto uguale, grandi pianure desertiche orlate di montagne frastagliate o appena visibili, azzurrine nella lontananza. Mucchi di rocce che somigliano a dinosauri adagiati lì dopo milioni di anni. E i bambini, sempre loro, che sorgono ovunque dal nulla, da villaggi così raso terra da essere invisibili, si fermano stralunati e poi scoppiano in grida assordanti. Si avvicinano ai soldati, ci parlano in chissà quale lingua, guardano soprattutto le armi, affascinati. E chissà cosa capiscono, cosa imparano, niente o meno di niente, oppure tutto. La guerra.

Tariq passò nel dormiveglia il tratto tra Kandahar e il confine, 100 km o poco più, fino a Spin Boldak che era sempre in Afganistan. Lì doveva cambiare, e un pò più in là cominciava il pericolo. Il villaggio che doveva raggiungere era nelle vicinanze di Chaman, sulla frontiera, dalla parte pachistana. Di qua, di là, non c’era differenza. In Pakistan, proprio in quelle zone, la Coalizione da tre anni snidava gli insorti a furia di bombardamenti, radendo al suolo interi paesini, rendendosi nemica tutta la popolazione che non capiva e non poteva capire.
Tariq non si chiedeva il perché delle cose. Adesso che si era addentrato nel territorio della guerra, ci si era subito assuefatto. Provava a dormire ma sentiva i discorsi degli altri passeggeri: se questi sono gli amici, meglio i nemici... Almeno parlavano la stessa lingue, credevano nelle stesse cose, si comportavano allo stesso modo. Non erano difficili da capire come quest’altri con i loro sacchi di grano, gli elicotteri con enormi cannoni appesi, il latte in polvere, i vaccini. Tariq non provava indignazione. Gli sembrava che ogni cosa fosse al suo posto, gli amici e i nemici. Questi erano da combattere e lui era venuto apposta.

Una calca disordinata circondava il posto di confine. Ci voleva pazienza. Tariq ne aveva a iosa, sempre silenzioso e in ascolto. Dentro l’autobus le cose erano diverse, nelle ore di viaggio la gente finiva per parlare più liberamente. Qui, in prossimità di poliziotti e soldati, taceva. Le facce dei viaggiatori diventavano le solite maschere indecifrabili di poveracci, analfabeti, innocenti disarmati. Gli uomini si nascondevano dietro il fumo delle sigarette, le donne dietro la griglia impenetrabile del burqa e, senza saperlo, erano solo gli occhi dei bambini, scuri come acqua in fondo a un pozzo, a raccontare l’inquietudine nel cuore,l’incertezza per un futuro inesistente, la paura del presente. Sentimenti comuni a tutti. Singoli individui, famiglie, etnie… Comunque, Tariq era ormai in territorio conosciuto. Il posto di confine non lo spaventava. Non aveva bisogno delle istruzioni altrui. Lungo una frontiera che non esisteva per i pashtun, suo padre aveva praticato il contrabbando per una vita, portando di qua e di là ogni genere di bene:lavatrici, medicinali, coperte, vestiti, persino mutandine di pizzo rosso molto erotiche che arrivavano puntualmente con gli aiuti internazionali ai profughi e che le donne amavano portare nei fondali segreti del burqa. E in quelle scorrerie di suo padre, legali e legittime perché erano la principale attività economica dell’area, Tariq era cresciuto.

Nelle pieghe delle montagne dopo Chaman, vi erano dei villaggi talmente fusi nel paesaggio desertico che probabilmente risultavano invisibili dall’alto, forse persino dai satelliti. E lì si erano insediati i seguaci, per lo più pashtun, degli estremisti islamici. Tariq raggiunse uno di questi villaggi con un’ape scalcagnata, il cui proprietario gli era stato indicato dai suoi padroni, in uno dei loro soliti messaggi telefonici cifrati.

Era un campo di addestramento a tutti gli effetti, anche se piccolo e scomodo a causa delle montagne sovrastanti. Si presentò cappello in mano, ma sapevano del suo arrivo. Lo aspettavano e fu ricevuto dignitosamente con lunghe sedute intorno a un bricco fumante di tè. Erano cortesi, seppure facessero approfondite domande sul suo passato. Ligi agli ordini ricevuti, sì, però da gente tosta e legata alla propria autonomia. Volevano farsi l’idea loro, senza tralasciare un attimo la tradizionale ospitalità. Tutte cose che Tariq riconosceva d’istinto, per cui non s’innervosì, rispose in modo pacato e veritiero.
Lo misero in addestramento e non fu facile. Tariq Ali era, dopotutto, abituato agli agi occidentali, appena un po’ smorzati dalle ristrettezze delle ultime settimane. Non aveva mai impugnato un’arma, non era molto bravo nel combattimento corpo a corpo e nella pratica del tiro franco. Imparò velocemente. In qualche modo doveva averlo nel sangue o forse era la sua vigorosa gioventù ad avvantaggiarlo. Era felice, provava un senso di appartenenza. Diventò come i suoi compagni, ruvido, semplice, di poche parole, ma di una determinazione paurosa. Prese anche a fumare come loro e a masticare il betel. Lo mandarono in ricognizione, nei mercati dei dintorni, nei caffè. Capì subito che quella era una prova che gli imponevano. Volevano vedere se aveva le doti necessarie di mimetizzazione, la capacità di intrufolarsi nei punti nevralgici, di portare indietro informazioni attendibili e per loro essenziali nel mosaico dell’insorgenza. E lui andò più volte, sempre a piedi o in autobus, invisibile, appiattito sull’ambiente con i suoi indumenti polverosi, le mani callose, le scarpe piegate dietro come vecchie ciabatte.

mercoledì 14 aprile 2010

Tariq Ali Khan - 1


Era già notte quando l’aereo iniziò la discesa verso Kabul. Non vide il deserto, le montagne, la conca dove giaceva la città che gli parve molto grande a causa di quell’inganno di oscurità e delle innumerevoli luci. Il cuore gli balzò in gola. Era dunque arrivato. Da dove e verso dove? Non solo da quali luoghi verso quali altri, ma anche da quali circostanze verso quali altre?

domenica 27 settembre 2009

Nanà è partita


Nanà è partita


Nanà è partita, disse la signora V. alle sue conoscenti in cremeria, mentre facevano colazione. E’ partita, la Nanà, raccontò alle sue amiche dal parrucchiere, mentre le dipingevano di rosso le unghie delle mani e dei piedi. Nanà è partita, riferì al panettiere che era sorpreso di vedere lei a comprare il pane e non la sua domestica, la piccola sarda bruttina con la quale scambiava sempre qualche battuta.
E’ partita. E dov’è andata? In Sardegna forse, non ha lasciato detto. Non aveva lasciato né un biglietto né niente, la piccola domestica dall’età indefinita. La conoscevano tutti in paese, per questo notarono la sua assenza e chiesero di lei. La conoscevano anche le inquiline del condominio di fronte, più brutto certo di quello che abitava la signora V.. Spesso, mentre stendevano i panni sui balconi, schiamazzavano: Nanà! Nanà! e quando appariva con il cencio in mano, la salutavano e scherzavano con lei. Perché Nanà era sorridente e allegra. Certo quando la signora V. era sul suo terrazzo a prendere il sole in bikini, con lo specchio di carta stagnola intorno al collo per meglio riflettere i raggi del sole sulla pelle, nessuno si azzardava a schiamazzare e Nana’ non si affacciava. Restava dentro a fare il suo lavoro ed era brava, solerte, mai si prendeva un giorno di vacanza. Sempre lì, anche di domenica.
Presto le domande si fecero più pressanti sulla scomparsa di Nanà. All’inizio, la signora V. ripeteva con insistenza che Nanà era andata a trovare i suoi amici in Sardegna. Ma il suo sguardo si faceva sempre più incerto, così come la sua voce. Dopo un po’ di tempo, dovette cambiare registro: non si è più fatta viva. Non una parola. Siamo molto preoccupati. E i parenti? Nanà era orfana, questo era risaputo.
Forse sarà il caso di avvisare i carabinieri, disse un ospite invitato a cena a casa V., sorseggiando un campari. E’ passato più di un mese. I carabinieri, e cosa li diciamo dopo più di un mese? rispose il marito della signora V., ma lei lo rimbeccò subito, inviperita: Adulta e vaccinata, non siamo mica i suoi guardiani. Era molto seccata la signora V. e un piega aspra le deformava le labbra rosse. Dopotutto era lei a pagare il prezzo dell’assenza di Nanà. Era lei, ormai senza domestica, a dovere fare i lavori in casa, visto che non trovava né cercava nessuno che la potesse rimpiazzare. Nanà era lì da una vita, conosceva le sue abitudini. Ricominciare da capo con un altra, magari disonesta o sfaticata. Un problema.
Il marito della signora V. era un uomo che badava ai fatti suoi. Ma dopo tutto questo tempo, si fece scrupolo e avvisò i carabinieri. Un giovane appuntato della Stazione di comando, sardo pure lui, prese a cuore la faccenda e cominciò a indagare.
Che tipo era, la Nanà, innanzitutto… Lo chiese alla signora V. che rispose: tranquilla, molto affezionata a tutti noi. La trattavamo come una di famiglia. L’ingrata, pensò, ma non lo disse. La portavamo con noi anche a San Remo, pensi. Aveva amicizie esterne? No, era sempre in casa, qualche volta si metteva nel cortile a ciarlare con le vicine dirimpettaie, tutte donne del suo livello. Un uomo? Un uomo, la Nanà? Sta scherzando! Non l’ha mai vista? Ma come non l’ha mai vista, se la conoscono tutti in paese! Perché, cos’aveva di tanto particolare? Era brutta, disse la signora V., quasi sillabando, e la sua bocca rossa diventò piccola e tutta tonda. Scosse la lunga chioma bionda, infastidita. Era piccola, non più di un metro e quaranta, quasi una nana. Con un faccino da nana e mani e piedi da nana, un caschetto di capelli neri, certi capelli duri, quasi come crini di cavallo. Proprio brutta, quindi, ribadì l’appuntato. Ma aveva occhi buoni, aggiunse il marito della signora V., e anche un sorriso impagabile. Ma cosa dici, Vittorio? Perché? Non era gentile il sorriso della Nanà? La signora V. guardò il marito stralunata. Avete una foto, chiese il giovane carabiniere, sarebbe utile per le indagini. La signora V. cercò nel secrétaire e trovò una foto di Nanà vent’anni prima che teneva per mano un bimbo. Sembrava una bimba anche lei.
Raccontava niente della sua vita? Cosa poteva raccontarci, poveretta, la sua vita era tutta qui, in questa casa. Una vita, ce l’avrà avuta pure lei, disse il marito, quietamente. E tu cosa ne sai? Il dottor V. arrossì leggermente e si rincantucciò, com’era solito fare quando lei era arrabbiata. Lei infierì: Ne sai qualcosa tu? Allora dillo a questo giovane appuntato.
Bel ragazzo, l’appuntato. Alto, magro, capelli ricci, occhi dolci e attenti. La signora V. lo aveva squadrato subito, notando l’impeccabile divisa. Ma ora guardava il marito e lui la sorprese alzando la voce. Cosa ne posso sapere io, Virginia? L’appuntato s’irrigidì un poco, pensando Ah! Qui ci sta sotto qualcosa. Si ricredette subito di fronte alla figura elegante e bonaria del dottor V. Impossibile. Non con una donna alta un metro e quaranta e con capelli come crini di cavallo. Il dottore aggiungeva sopra pensiero: tutti hanno una vita, non crede? La moglie continuò a osservarlo con quello sguardo ironico. Poteva essere? Una volta tanto.
Ma non diceva proprio niente, questa Nanà? Sì signora, sì signora… E niente altro? Ascoltava, soprattutto. Stai dicendo che mi confidavo con la cameriera, Vittorio? scattò la signora, ma il marito alzò la mano in segno di stanchezza e questo la sorprese più che mai. Allora, per cancellare la brutta impressione, lei ebbe un sorriso di circostanza. Nanà faceva parte della famiglia. Ascoltava tutti, ascoltava i miei figli da piccoli e anche quando sono cresciuti. Conosceva ogni segreto di questa casa.
Avete guardato fra le sue cose? Magari qualche indizio. Nanà di suo non aveva niente, tranne il nostro affetto, disse la signora orgogliosa. Salirono nella mansarda dove la piccola domestica aveva la camera. Una cameretta spoglia, un letto, un comodino, una armadio, una sedia, un abbaino. Sotto il letto un valigia molto vecchia con dentro qualche immagine di santino, una sciarpa di seta rosa, e cartoline della Sardegna, tutte raffiguranti il mare. Forse qua in Piemonte le mancava il mare, disse la signora V. un po’ stupita. Forse le mancava casa sua, l’interruppe il dottore. Ma Vittorio, cosa dici? Questa era casa sua.
Bisogna scoprire dov’è andata a finire. Lei indaghi, ordinò la signora V. all’appuntato e costui si accigliò. Non per niente, era sardo e carabiniere, non prendeva ordini da nessuno fuori della gerarchia. Non era mica Nanà, lui, checché ne pensasse la signora. Indagò perché era il suo dovere e scoprì che Nanà era arrivata fino a Civitavecchia in treno. La riconobbe dalla foto uno della polizia ferroviaria che l’aveva fermata in stazione, pensando che fosse una bambina smarrita. Disse che sembrava tranquilla, portava una borsetta nera e una sporta per la spesa, nient’altro. Gli fece vedere la carta d’identità e se ne andò. Dove, non fu possibile scoprirlo e l’indagine si fermò lì per volere del maresciallo. La spesa non si giustificava. Nanà non era abbastanza importante. Probabilmente era viva e non voleva essere scoperta.
L’appuntato riferì ai signori V., un sabato mattina. Gli fu offerto il caffè su un vassoio d’argento con un centrino lavorato. Nessuno dei tre credeva alla fuga. Era successo qualcosa, di questo erano sicuri: la signora V. perché non poteva accettare che Nanà fosse partita così, l’appuntato perché era deluso che l’indagine fosse stata interrotta, il dottore per motivi che non chiarì. Disse a mezza voce: chissà quali paura si teneva dentro, povera Nanà. Paure, paure, buttò lì sua moglie. Si, paure, ma tu non sai cosa vuole dire. Cosa intendi? Gridò, lei smarrita, ma nessuno le diede ascolto. Ci sarà pure un motivo perché l’ha fatto. Fatto cosa, chiesero in coro la signora V. e l’appuntato? Niente, niente, è un po’ strano, tutto qui. Non disse mai nulla? insistette il carabiniere. No, Nanà era la discrezione personificata, riferì il marito della signora, di una compostezza assoluta. Difficilissimo capire che cosa pensasse veramente. Faceva il suo lavoro, sempre affabile, ma non diceva nulla.
Invece Nanà qualcosa aveva detto, a una delle dirimpettaie. L’appuntato lo scoprì quando cominciò a frequentare la bella ragazza napoletana che si chiamava Vincenzina. Seppe da lei che un giorno, risalendo a piedi la collina verso il paese, Nanà le aveva detto che aveva paura di essere sepolta viva. Preferiva finire in fondo al mare insieme ai pesci. E quando succederà, sicuro che non mi troverà mai nessuno perché così avrò deciso.
Da Civitavecchia partono i traghetti per la Sardegna, si ricordò allora l’appuntato. Il mistero era chiarito e poteva mettersi l’anima in pace.


Vada, 20 febbraio 2004


Questo piccolo racconto l’ho scritto in memoria di N…, a cui ho dato il nome di Nanà. Molti leggendomi sapranno esattamente di chi parlo e la ricorderanno con affetto. Nana’ è veramente esistita ed era così come la descrivo: brutta, di età indefinita e di dignità assoluta, persona civile e sempre affabile. E’ scomparsa e non si è saputo nulla della sua fine.

mercoledì 12 agosto 2009

Piccolo racconto vesuviano

Si fa sera a Pompei. Ho mangiato la pizza con Enzo e i ragazzi su una piazzetta davanti alla Circumvesuviana e adesso mi sono messa sul balcone della nostra camera d’albergo a guardare il Vesuvio, la piazza sottostante, a pensare a Pompei.

E’ Venerdì Santo e pioviggina. E’ piovuto a scrosci tutto il giorno, da quando siamo partiti da Roma. Abbiamo visitato la parte nuova degli scavi e pioveva ancora. Ci siamo riparati sotto i tetti delle case pompeiane, in stanze pompeiane con sbiaditi intonaci rossi macchiati di umidità, con piccoli uccelli disegnati e lunghe ghirlande delicate di edera, così inutili, così belli. Tante case erano chiuse, le abbiamo guardate di fuori, dalle sbarre dei cancelli e ho avuto una strana sensazione di silenzio, di fantasmi che tacevano in presenza nostra. Chissà perché? I giardini sono bellissimi, bagnati dalla pioggia. Le piante non possono avere più di trenta o quarant’anni, ma sembra che siano lì da sempre. E’ ridicolo, sarebbero state incenerite. Forse sono proprio le piante che danno quest’illusione di mute presenze, antiche, antiche.

Vediamo un paio di calchi. Leopoldo è attratto, forse un po’ impaurito. Madre e figlia abbracciate, contorte nell’angoscia del loro abbraccio. C’è immediatezza. Cominciano a filtrare nella mia mente immagini della tragedia. Pensa a Halabja, alle immagini viste in TV pochi giorni fa. L’uomo morto che giace sul corpo del suo bimbo neonato a proteggerlo, inutilmente.

Adesso guardo la piazza davanti alla stazione, con la sua animazione e la sagoma del Vesuvio, appena visibile nella notte che sta scendendo. Banalissimi pensieri, come evitarli? C’è una bancarella di aranci e di limoni. Il fruttivendolo è un uomo massiccio, seduto lì con la moglie, gioca con il suo cane, un bastardino bianco dal pelo corto, il muso appuntito. Gli butta spicchi di aranci. Il cane li mangia poi comincia una corsa frenetica intorno all’edicola. La scena si ripete molte volte. Si avvicinano dei ragazzi sui diciotto, venti anni. Uno di loro zoppica, anzi corre zoppicando per stare dietro ai suoi amici e i suoi lunghi capelli volano. Vanno dal bancarellaio, tutti ragazzi di strada. C’è un piccolo diverbio, passa qualcosa di mano. Non sono aranci, è qualcosa di piccolo. I ragazzi pagano, forse pagano con pochi soldi, c’è un po’ di discussione. Poi vanno a sedere nelle nicchie della stazione. Stanno lì senza più schiamazzare e fanno qualcosa che non si vede ma che si può immaginare. Potrebbe essere tutt’altra cosa chiaramente, ma la scena è così quotidiana, così squallida, viene spontaneo pensare che si stanno bucando. Strano ma non c’è angoscia, tutto questa sembra normale, come le luci al neon e gli orrendi colori del Luna Park dietro la ferrovia, sotto la mole del Vesuvio. E io penso che sono qui, un Venerdì Santo, a guardare questa scena di strada pagana, che si svolge sotto il vulcano di Pompei. Le concatenazione è troppo facile, i miei pensieri troppo scontati. Rientro in camera e chiudo la finestra.

L’indomani mattina presto, quando mi affaccio di nuovo, la piazze è deserta, le saracinesche dell’edicola sono abbassate, il Vesuvio è ancora spento. C’è solo un po’ di sporcizia in terra. Andiamo a visitare Pompei.


Pompei, 1 aprile 1988

domenica 26 luglio 2009

Vento in Galilea




Stamattina, potavo il Merlot nella vigna della Cancellaia. Potare è attività che richiede concentrazione, sì, ma lascia libera la mente e anche la fantasia.
Era una bellissima giornata di febbraio, tersa e fredda, con un forte vento di tramontana, proprio come piace a me. La vigna della Cancellaia è orientata verso sud, ma la tramontana vi giunge dal poggio di Nocola senza ostacoli. Potavo la parte più alta, quella che guarda la pinetina in cima al cocuzzolo, e sentivo il ghiaccio sulle guance, insieme al sole.
Mugugnava il vento come fa solo all’Ortacavoli, e mi guardai intorno. Il vento spazzolava i tralci spogli della vigna, le chiome d’argento della fila di ulivi lungo la strada, gli ombrelli scuri dei pini, la sagoma dritta dei cipressi vicino alla vigna delle Prunicce, turbinava sulla mia bella campagna toscana, si avventava contro le forme splendide della cantina arruffando qualche tegola, e le pietre antiche della casa. Non faceva paura, anzi, mi riempiva di euforia.
D’un tratto, ascoltando il suo grido, vidi un altro paesaggio. Mi tornò in mente un’immagine così precisa e immediata che mi meravigliai di averla ricordata. L’avevo vista in un tempo molto lontano, appena adolescente, un po’ meno di quarantacinque anni fa.
Un anno a Pasqua, o meglio per il Now-rouz persiano, mio padre offrì un viaggio in Israele a mia sorella e a me. Era il 1961 e Israele, da pochi anni, era diventato uno stato indipendente. A dispetto dell’armistizio del ’49 con i suoi vicini, nel ’56 aveva affrontato la guerra de Sinai, voluta se non provocata da Nasser il quale era particolarmente forte dopo il successo del canale di Suez. Spinta dall’urgenza di rendere definitiva la sua presenza nella regione, Israele sviluppava in modo vertiginoso le sue capacità economiche, organizzative e naturalmente militari. Il Paese era allo stesso tempo un giardino e una cittadella assediata.
Queste cose, allora, non le sapevo, avendo un po’ meno di quindici anni. Sapevo per averlo sentito in famiglia che l’Iran, a dispetto della propaganda anti-israeliana e a causa dell’odio verso l’Egitto di Nasser in quegli anni, aveva stabilito legami forti con Israele, seppure del tutto sommersi. Entrambi i paesi erano amici e protetti degli Stati Uniti i quali difendevano la sopravvivenza d’Israele come nazione e la posizione, per loro strategica, dell’Iran in Medio Oriente. Entrambi i paesi soffrivano della sindrome di accerchiamento e non senza ragione. Israele era circondata da vicini ostili che ne volevano la distruzione, l’Iran condivideva una lunga frontiera con la minacciosa Unione Sovietica, coabitava con l’Arabia Saudita nel Golfo Persico e con l’Iraq fin sullo Sciatt.
Tutto ciò accomunava i due paesi, ne faceva alleati naturali contro il panarabismo rampante che Israele aveva ogni ragione di temere e che l’Iran detestava, come detestava tutto ciò che era arabo. Mio padre fu sin dall’inizio coinvolto in questo rapprochement con Israele. Visitò il paese più volte per motivi di lavoro e così ebbe modo anche di avvicinare dal vivo la sua lunga, difficile storia che già ben conosceva - ricordo ancora l’interesse che suscitava in lui la vicenda di Masada. Si legò con molte personalità israeliane di cui rispettava l’acume politico e la tenacia. Tuttavia, più volte rivolse loro il monito, lapidario ma carico di significato, di non diventare come Sparta.
Fu grazie a questi legami che andammo in Israele, mia sorella e io, quella primavera del ‘61. Alloggiammo all’Hotel Arcadia di Netanya. L’albergo ci pareva di gran lusso e Netanya era in riva al mare, un luogo bellissimo e deserto, con poche case. Ne ricordai il nome qualche tempo fa in occasione di un terribile attentato e, vedendo le immagini televisive, mi accorsi che il posto era molto cambiato, tutto costruito sul modello americano o forse solo riminese.
Tutte le mattine veniva a prenderci una signora con una macchina governativa e ci portava a giro per il Paese. Tel Aviv, innanzitutto, di cui ammirai le file ordinate di condomini con i balconi fioriti e i vialini ben tenuti dove scorrazzavano bambini in bicicletta. In quei palazzoni abitavano famiglie comuni, niente di Hollywoodiano, ma a Teheran non esisteva niente di simile e ne provai un’invidia assurda. La Allenby road era molto trafficata, con negozi e ristoranti. Giovani soldati e soldatesse camminavano abbracciati e si davano baci per la strada. Donne, uomini e bambini portavano short e camice aperte al collo, erano spesso biondi e abbronzati, un modello di modernità. Insomma, mi pareva d’essere in Europa. Una cosa un po’ ridicola dato che non vi tornavo dalla mia più tenera infanzia e non avevo la più pallida idea di come fosse.
Visitammo un kibbutz, pieno di giovani armati di picconi, di vanghe. Le mitragliatrici, se c’erano, non si vedevano. A Haifa, salimmo sulle pendici del Monte Carmelo e, nella quiete di un bel giardino intorno a un grande monumento bianco, incontrammo un ex-segretario di mio padre divenuto papa dei Ba’hai - altra gente perseguitata - il cui Vaticano era proprio lì. La sera, da lassù guardammo le luci della baia e delle tante navi nel porto, un momento magico.
Ovunque si notava una grande effervescenza nel Paese e un senso di ottimismo. Piano piano, tuttavia, s’insinuò una nota un po’ stridente in questo scenario idilliaco. Andando verso Gerusalemme, vidi le carcasse di veicoli militari sul bordo strada. La signora ci disse che erano un ricordo delle guerre, lasciate lì proprio per non dimenticare. Immagino oggi, dopo le altre guerre e gli attentati, quanti ricordi del genere ci devono essere, sparsi a giro. Per gli Ebrei, penso che questo concetto di ricordo-monito sia vitale, e non solo dopo la Shoah, ben prima. Da sempre, e’ il filo conduttore a cui si aggrappano nella loro terribile lotta per l’esistenza.

Andammo a visitare ciò che era possibile della Gerusalemme divisa. ben poco dal lato israeliano. Salimmo sopra le vecchie mura a guardare la città vecchia e i luoghi sacri dei Cristiani e dei Mussulmani a cui non potevamo accedere. Ai piedi delle mura, ricordo le case e gli orti tagliati in due dal filo spinato. Fu l’unica volta che vidi Gerusalemme nei miei viaggi. Più tardi, quando andai in Giordania, era passata a Israele e non ci si poteva recare. Salendo sul Monte Nebo, potei solo immaginarla da qualche parte davanti a me o forse sulla destra, nella foschia primaverile in cui era immersa la Giudea.
Naturalmente, i luoghi biblici: Cafarnao dove Cristo abitava e dove scelse Pietro come suo primo discepolo; il lago di Tiberiade in una mattina di sole, con i pescatori – potevano forse mancare? Nazareth nelle cui viuzze affollate risuonava soprattutto l’arabo. Così toccammo la Galilea, terra di Gesù per eccellenza. Quei nomi riverberavano in me, piccola iraniana allevata in semi-clandestinità nella fede cattolica. In Iran, come in altri paesi mussulmani, i cristiani come gli ebrei, i cani, i maiali, erano considerati “impuri”, tollerati ma non graditi.
Un pomeriggio, forse uno degli ultimi, la nostra giovane accompagnatrice ci propose una gita in macchina e su nostra richiesta ci riportò in Galilea. Israele è un paese piccolo e si fa presto ad andare da un punto all’altro. Durante il viaggio, la signora ci raccontò molte cose, come faceva sempre. Era espressiva e parlava un inglese eccellente. La ricordo bene: smilza, mora, gli occhi vivaci, le gambe sfregiate dalle ferite riportate nella guerra del Sinai. Quella sera ci raccontò del processo di Eichman che si stava preparando proprio in quel momento. Il nazista era stato catturato in Argentina l’anno prima e riportato in Israele. L’esito del processo poteva essere uno solo, nell’opinione della signora. Se tutto andava per il verso Eichman sarebbe stato impiccato, e così fu. Nel ’61, erano passati solo sedici anni dalla fine della guerra, un po’ più degli anni che avevo allora. In un periodo così breve, era impossibile dimenticare. Seppure con una vigorosa generazione di giovani Sabra, Israele contava anche persone anziane, nonni o genitori di ragazze come questa, gente che aveva vissuto l’olocausto in prima persona e lo raccontava.
Non so perché il nostro cicerone ci portò a vedere un edificio fatiscente in mezzo al nulla, tutto butterato dalle pallottole. Sembrava un vecchia caserma abbandonata. Ancora oggi mi pare di averle sentito dire che, per un certo periodo, Eichman fosse stato rinchiuso lì. Ma forse ricordo male o forse allora il discorso su Eichman mi impressionò così tanto da collegarlo a questo posto orribile. A un certo punto, dalla vecchia caserma uscì un uomo, alto e allampanato con la faccia da ebete: arcate sopraccigliari molto sporgenti, occhi infossati, mento pronunciato. Sbiascicò qualche parole appena e ritornò dentro. Era il guardiano e viveva lì solo, a custodire chissà cosa. Non aveva colpa, poveretto, ma la sua bruttezza mi sembrò perfettamente in tono con il posto. Fui felice quando ripartimmo.

Stava imbrunendo. In macchina, parlavamo sommessamente e dopo aver fatto un po’ di strada, chiedemmo di fermarci. Le colline della Galilea sono dolcissime, coperte di un manto verde in primavera. Seppure fosse quasi buio, volevamo guardarle un ultima volta. La nostra accompagnatrice fece fermare la macchina e ci portò a piedi su una piccola altura in cima alla quale si ergeva una torre: non una torre medievale, ma una specie di mirador in cemento, con strette finestre oscure e senza vetri, il quale sicuramente aveva uno scopo militare. Si stagliava contro il cielo indefinito del crepuscolo e dava a quella vista, carica per noi di tante emozioni, un aspetto malevolo. D’un tratto, ci si accorgeva quanto fosse deserto quel luogo. Deserto, ma non silenzioso.
Già, il vento. Scendeva dalla Siria, il vento, e si avventava sulle colline, gelido e furioso. Quando passava attraverso quelle finestre, il suo grido diventava un pianto modulato, quasi umano. Era come l’urlo della guerra, il vento in Galilea. Mi risuona ancora negli orecchi, rende buio il ricordo di quello splendido luogo.
Una seconda volta, quel giorno, fui felice di salire in macchina e di rivedere le luci di Tel Aviv. Quelle immagini restarono sepolte nella mia mente per quarantatre anni. Fino a stamattina quando mi tornarono in mente e pensai che Gesù forse sarebbe stato più felice di camminare in pace per questi poggi toscani, dove la tramontana è robusta, gioiosa e fa bene.




Vada, 18-19 febbraio 2004

martedì 23 giugno 2009

virtuale

Mi affaccio al giardino dalla porta finestra della sala da pranzo. Il giardino riceve la luce tersa di un tardo pomeriggio di giugno. I suoi colori balzano agli occhi, un’esplosione. Però non ho voglia di uscire, pur sapendo che sarebbe un modo di ritemprarmi. Dopo una giornata di lavoro davanti allo schermo del computer a fare fatture e altre cose simili, la mente è ottenebrata dalla stanchezza e dal fumo, e anche da una specie di noia simile alla disperazione. Sto un attimo a guardare lo stesso, a pensare che ciò che vedo è il mondo reale, là fuori. Ma è già tardi. Potessi, le cose sarebbero molto diverse. Ma quando? Quando mai? Forse mai più. Per tanti motivi.


Mi sono promessa di rileggere Lucrezio che tanto ha contato nel mio amato XVII° secolo. Ho già guardato Wikipedia per rinfrescarmi la memoria. Per ora scorro un manuale di Leopoldo sugli autori romani, giusto per piazzare Lucrezio in contesto. Anche se il mio latino è in disarmo, ci provò: una specie di puntiglio o di vecchia consuetudine con la carta stampata, ma non so per quanto tempo riuscirò a sostenere questa sfida. Poi mentre cerco il sonno che mi sfugge, penso a tutte le volte che ho consultato l’incredibile Wikipedia senza andare più in fondo. Girare intorno a un’opera senza penetrarla, guardarla con gli occhi di altri senza mettere in moto la propria mente... E’ come i matrimoni per procura dei re di Francia che conoscevano il volto della promessa soltanto grazie a un cameo o un ritratto. Rammento tante occasioni del genere e mi addormento con l’idea che la cultura, la mia almeno, invece di un oceano da esplorare, stia diventando una bassa e infinita palude. Malsana, anche? Pericolosa. Mi sembra, infatti, che la mia capacità di apprendimento si stia annullando perché non riesco a concentrarmi come facevo un tempo. Tutto quel che leggo scorre senza lasciare traccia sulla mia memoria. Colpa dell’età? Fa paura. Quando mi sveglio, mi riprometto una maggiore attenzione, ci vuole soltanto più allenamento. Alle 5.30, con l’alba appena spuntata e il cielo che si tinge di rosa, con il caffè e le pastiglie obbligatorie, le buone intenzioni sono facili. Riparto.


Per prima cosa, i messaggi e-mail. Nulla. Per forza, ho controllato ieri sera a mezzanotte. Non c’era da sperarci, eppure... Sempre più radi i messaggi dei veri amici, in mezzo allo spam, alla pubblicità, alle sollecitazioni professionali. Non mi ama dunque più nessuno, non mi cerca più nessuno? Siamo oggettivi, non cerco più gli altri neanche io, se non a tratti, dovendo fare un serio sforzo di volontà. Sono proprio una somara. Oggi me ne devo proprio occupare, dei miei amici. Li sto perdendo a uno a uno, magari dopo averli ritrovati su Internet a distanza di anni. Fra poco me ne resto, se continua così, con quest’attutimento nell’anima che porta al silenzio, alla totale solitudine, persino alla morte se il cervello si appiattisce del tutto. Così dice la scienza. C’è anche Facebook. Mi ci ha messa qualcuno. Non so come utilizzarlo e neanche se voglio imparare. Una mia amica, protestante evangelista lo considera uno strumento del diavolo. Quando ci andò sopra suo figlio sedicenne, fu un dramma in famiglia, poi mi giunse un suo messaggio su Skype in cui lei si rallegrava perché il figliolo si era tolto da lì, Lode al Signore! Io non sono evangelista e neanche ci credo ai poteri mefitici di Facebook. Temo invece l’invasione della mia vita privata. E poi, se non riesco a coltivare gli amici di sempre, come farò mai a coltivarne di nuovi, apparsi dal nulla, di cui non so niente, gente brava di sicuro, o forse no. Come si fa ad amare o a capire persone che non si conoscono? Temo anche le confidenze, private o pubbliche. Su Facebook sono pubbliche per forza. Entrare in quel gioco sarebbe un’ingenuità, uscirne probabilmente difficile, senza lasciare brandelli si se stesso.


E tuttavia, nutro qualche serio dubbio sollevato da un’altra persona amica, la quale coltiva la modernità con passione. La modernità come pegno di prolungata gioventù? Io ho sempre rifiutato il conformismo, però dal fondo del mio essere, senza esternazioni particolari. Nel mio convivere con il mondo, mantengo un atteggiamento tradizionalista, o borghese che si voglia. Un po’ vecchiotto, diciamo e sicuramente qualcuno lo giudica così. Forse dovrei, sì, tuffarmi nella modernità, chattare anch’io su Twitter, 160 battute per volta, con il mondo intero, sui più variegati argomenti, cioè su niente, fare parte di questa specie di catena di Sant’Antonio nuova maniera. Per stare dentro la corrente, piuttosto che desolatamente fuori. Chissà dove mi porterebbe? Chissà come finisce? Ci si può perdere correndo lungo queste linee di parole infinite che avvolgono il mondo come ghirlande, che spariscono nel nulla ma, intanto, si sovrappongono, si sovrappongono. Parole, immagini...


Il principe Carlo d’Inghilterra doveva partecipare anni fa a una conferenza in un qualche lontano paese del Commonwealth (esiste ancora?). Non poteva: aveva altri impegni improrogabili. Scelse allora una soluzione molto innovativa: l’ologramma, tutto quanto in diretta. Uno sdoppiamento, una riproduzione, un fantasma? mi sono chiesta, cercando di capire. L’incredibile Wikipedia scrive che non si tratta di una semplice immagine tridimensionale. Per ragioni tecniche specifiche, l’occhio umano vede l’ologramma come un oggetto vero che cambia posizione quando si sposta lo sguardo dello spettatore o lo spettatore stesso. Incredibile. Io ero arrivata ai videofonini, a Skype e mi pareva già un miracolo, una di quelle cose fantascientifiche che ci immaginavamo da ragazzi. Ora l’ologramma, in cui ognuno di noi potrebbe essere trasformato ad Aeternum, visto che può anche essere archiviato tale quale, oggetto finto/vero o vero/finto, chiuso nella tomba di una memoria elettronica, risuscitato a commando (di altri). Non ci arrivo più: è come un film o una fotografia? E’ di più? Ci fa entrare in uno spazio/tempo ignoto, dai parametri sconosciuti. Arriverà il momento in cui, da ologrammi, parleremo ad altri ologrammi, perché no? Duplicheremo le cose per farle insieme, ma in me serpeggia il dubbio che quelle cose non si potranno toccare, non avranno lo stesso profumo o sapore di qua e di là. La nebbia, virtuale anch’essa, viola come il lutto, verde veleno, giallo pernicioso, che ha invaso la mia mente si dirada un po’. Resterà dunque qualcosa che potremo scegliere noi, fare noi in carne e ossa, come ci piace, qualcosa che dipenderà da noi. Sto vaneggiando. Sento già Leopoldo che sogghigna: "Mamma, metti sempre tutto sul tragico. Facebook, Twitter, Google sono strumenti, strumenti e basta, li puoi usare o non usare. Nessuno ti punta una pistola alla tempia. La scienza non si può fermare". Questo, l’ho capito, ma ho paura di lasciare del tutto la zavorra. Non posso adottare ciecamente cose che non capisco, di cui nessuno sa dove porteranno. Le posso provare, e l’ho sempre fatto, ma devo potermi fermare quando voglio e dire, come il bambino a bordo di un aereo in volo: Mamma, voglio scendere in cortile!


Finisce qui, su questa nota comica, la mia protesta contro l’invasione della tecnologia nella mia, nelle nostre vite personali? Si, finisce qui. E’ passata una settimana da quando ho scritto questo pezzo, perfettamente convinta. Però, in questa settimana è scoppiata la rivolta del popolo iraniano contro l’elezione truccata de 12 giugno. Sono successi in stretta correlazione dei fatti che mi hanno fatto cambiare idea. Internet, YouTube, Facebook, Twitter ci hanno consentito, grazie al coraggio dei manifestanti e alla loro intelligenza tecnologica, di seguire passo passo gli eventi. E grazie a questi strumenti, come li chiama Leopoldo, forse la protesta avrà un minimo di successo di riuscire e i morti - già tanti - non saranno morti invano. Sono trent’anni che aspetto questo momento. Avrei voluto che non ci fossero i morti. Ma questa porta stretta, la dovevamo passare per arrivare non dico a un cambio di regime, ma al "Direttorio, dopo il Terrore", un piccolo cambiamento dalle grandi prospettive. E oggi, vorrei aver superato le mie reticenze, aver imparato a usare meglio YouTube, Facebook, aver dialogato su Twitter, non sul niente come credevo, ma sul senso reale, non virtuale, che questi strumenti ci hanno consentito di raggiungere. Avrei voluto dare da ologramma a ologramma, la mia solidarietà a un popolo che merita rispetto per il suo coraggio e la sua determinazione a raggiungere la libertà.