sabato 2 ottobre 2010

Tre giorni nella storia d'Italia



Ho sempre avuto il brutto vizio di sottolineare  (a matita!) i passaggi che m’interessano in un libro.   Il libro che sto leggendo ora, dovrei sottolinearlo  tutto.  In realtà, è un libro piccolo piccolo, ma il contenuto vale quanto un’enciclopedia.  Un’enciclopedia mentale, quella di Ernesto Galli della Loggia.  Il titolo è “Tre giorni nella storia d’Italia” (Il Mulino, 2010).  I tre giorni sono il 28 ottobre 1922 con la marcia su Roma, il 18 aprile 1948 con la vittoria della Democrazia cristiana sul fronte delle sinistre, il 24 marzo 1994, con l’affermazione di Silvio Berlusconi.  Giornate di grande valenza storica di per sé?  No.  Piuttosto,  tre crocevia in cui di volta in volta il Paese Italia poteva imboccare una strada piuttosto che un’altra e, scegliendo bene, arrivare alla meta, ossia a una vera democrazia liberale .  Non lo ha fatto.  Galli della Loggia ci spiega perché, dandoci gli antefatti, il contesto, gli sviluppi e le conseguenze.
Non posso sottolineare tutto il libro, ancora meno parafrasarlo.  Non gli renderei giustizia.  Meglio che ognuno lo legga per conto suo, purché con grande cura, a cominciare dall’introduzione.  L’autore ci racconta la storia vera, di cui ha raccolto tutti i fatti, rimettendoli insieme senza alcuna sapienza ideologica, ma con l' oggettività e l'acutezza che gli conosciamo.  La storia vera ripercorsa da uno storico vero.


martedì 28 settembre 2010

Ancora molti decenni


Dicono oggi i principali artefici (veri artefici?) che ci vorranno ancora molti decenni prima di giungere a una pace duratura nell’area israelo-palestinese del Medio Oriente.   Ci vorrebbe molto meno,  se si deponesse le armi, e non solo:  anche i pregiudizi.  Basterebbe per capirlo, mettere nel piatto  della bilancia i disastrosi risultati di un confronto armato ormai annoso, inutile, sanguinoso e i probabili effetti positivi della pace, per tutti.   Non si capisce perché sia così difficile.

Sakineh di nuovo



Lapidazione (male minore, visto che colpisce solo l’adulterio), impiccagione che colpisce l’omicidio di cui Sakineh sarebbe colpevole, anche se lo ha confessato con ogni probabilità sotto tortura.  Comunque morte. Ahmadinedjad che (mente) dice all'ONU che la condanna non è stata comminata, il procuratore che dice quanto sopra (impiccagione piuttosto che lapidazione, evviva!), il portavoce del ministero degli esteri iraniano Ramin Mehman Parast che dice che la condanna non è ancora stata emessa. Condanna sì, condanna no… Continua il gioco alla disinformazione intorno a questa povera donna, e si innesta sul problema del nucleare.  Braccio di ferro tra il regime islamico che non vuole interferenze straniere  e (qualcuno del) governo che si rende forse conto che l’Iran si trova su una china precipitosa. Sakineh rischia di morire non solo per un delitto che non ha commesso ma per questioni internazionali di cui non è minimamente responsabile e probabilmente del tutto all’oscuro. Incredibile vicenda.  Siamo grati comunque che di Sakineh si parla ancora.  Forse qualcosa di buono ne verrà.

mercoledì 22 settembre 2010

Big questions

These days officials of different countries are meeting in Moscow to open or perhaps to settle the disputes on the ownership of the mineral wealth in the Artic, mainly the oil that lies under the ocean, amounting to a quarter of existing reserves on the planet.  Three years ago, the Russians planted their flag on the Artic, an age-old gesture that is a declaration unto itself.  The other Northern countries, namely Canada, Norway, the U.S., did not take this as a gesture of appeasement and dialogue. The Artic rush had begun, and with the cracking ice-cap, a new urgency soon flared among the would-be claimants.  Now is the time for exploration and exploitation.  The question is who will get there first, the unacceptable threat is who will be left out?   Can the first be the subject of discussion, can the second be averted by conciliation?  Will the Artic oil become a cause of strife, perhaps even war?  Or will reason overcome the consuming greed for oil and allow a fair power-sharing for the good of humanity?  Big questions, talking about oil...

Molinello Eventi - Amineh Pakravan - Seconda parte

Molinello Eventi - Amineh Pakravan - Prima parte

domenica 19 settembre 2010

Rom sì, Rom no


Io non ho niente contro gli ebrei , ho molti amici ebrei, però…  Non ho niente contro i  Rom (non ho nessuno amico Rom, ma questo è un dettaglio), però… Spesso il discorso comincia così.  Semplice opinione oppure l’inizio della discriminazione?  Nei normali rapporti umani, si ha il diritto di avere simpatie o antipatie, anche istintive, ma sempre e solo verso i singoli,  non verso stereotipi, altrimenti si cade nel  pregiudizio. 

I Rom sono di tutto un po’,  bravi, cattivi come lo sono tutti gli uomini della Terra. Non si può dare un giudizio definitivo di colpevolezza o d’innocenza sulla base dell’etnia, della razza ecc. , decidendo che l’una e/o l’altra va considerata minoranza da proteggere,  o come minoranza invasiva da espellere.  Meglio pesare ciascuno per il peso che ha, a qualsiasi etnia, razza o religione  appartenga, dargli torto o ragione per quello che fa, senza impacchettarlo in qualche categoria mentale e/o politica che fa scomparire gli individui nelle statistiche.  Qualcuno diceva in questi giorni:  70% dei Rom sono brava gente, ben integrata, lavoratrice.  Qualcun altro: 70% dei Rom sono disadattati e delinquenti.  Giudizi per forza condizionati dal conformismo di appartenenza di chi li  emette, arbitrari per definizione, in negativo e in positivo, anche se provengono dalla globale vox populi,  e peggio ancora se confluiscono alla rinfusa nelle decisioni politiche.  L’unico atteggiamento corretto è di considerare tutti uguali, sotto le leggi dello Stato in cui risiedono e delle quali devono per forza avere rispetto.   Nella fattispecie, gli Stati nazionali della UE.

martedì 14 settembre 2010

Apocalypse Now Redux


Qualche sera fa ho visto la versione integrale di Apocalypse Now, di Francis Ford Coppola, trent’anni dopo aver visto la prima versione. Mi ricordavo bene del film. Mi aveva colpito molto allora e anche ora. Racconta dell’orrore alla fine della guerra del Vietnam e della follia che si è impossessato dei soldati americani. Erano 550000 a quel tempo, dentro al tunnel senza fine di quel conflitto. Bravi ragazzi per lo più, alle prese con la struggente nostalgia di casa loro e con l’inevitabile odio per questa terra dalla folta e infida vegetazione e per l’ invisibile, insidioso nemico che la popolava. Placavano la disperazione con droga, alcol e sesso, ma era tregua momentanea. Tentavano in tutti modi di ricreare i riti conosciuti della loro vita americana. Barbecue in mezzo alle bombe, surf sulle onde di un mare bersagliato da colpi di artiglieria, bunny girls di Hugh Hefner portate in mezza alla giungla, su un grande palcoscenico circondato dalle truppe impazzite, in un’atmosfera surreale, riportate via subito perché a rischio di stupro multiplo. Bravi ragazzi, abituati alla congeniale vita comunitaria dei suburbs americani o delle piccole città della provincia profonda. Abituati agli agi del consumismo, al senso civico che governava il vicinato, alla socievolezza che era la regola maestra, alla normale concorrenza dei singoli per la felicità e per una vita migliore. Non avrebbero ammazzato una mosca. Eppure…

venerdì 10 settembre 2010

La tensione sociale


Sentivo Epifani ieri sera che parlava di gravi tensioni sociali, rifacendosi ai clamori dei grillini e dei centri sociali negli ultimi dibattiti delle feste PD, e all'aggressione a Bonanni.  E Enrico Letta, subito dietro a ribadire.  Mi sembra molto eccessivo e forse anche pericoloso - una sorta di chiamata alle armi? - considerando che i grillini più i centri sociali sono un'infima parte della popolazione italiana e credo un'infima percentuale della popolazione lavoratrice del Paese.  I lavoratori, quelli veri che sono la stragrande maggioranza, si guardano bene da questo genere di eccesso.  E' gente che ha seri problemi e un serio senso di responsabilità, per quanto stia affrontando in prima linea la crisi e la disoccupazione.  Non credo che abbiano voglia di buttare olio sul fuoco.  Il Sindacato farebbe bene a non farlo neanche lui se vuole evitare la brutta figura di irresponsabile, interessato unicamente ai propri diritti corporativi.  Non è tempo.   

lunedì 6 settembre 2010

Morte di Sakineh

Dicono che Sakineh morirà lapidata venerdì al crepuscolo, al termine del mese di Ramazan. Con lei morirà l'Iran di vergogna oltre che di dolore, vergogna per quello che è diventato con il regime islamico, dolore per la lapidazione, la più brutta forma di morte, come il rogo degli anni bui della cristianità, un infierire di tutti contro i singoli.
 Sakineh, donna comune, donna qualunque, con ogni probabilità innocente, trasformata in mostro mediatico da un regime senza freni, ormai accelerato su un pendìo di distruzione, pronto a tutto contro tutti. Non riconosco più questo paese come il mio. Non posso più neanche ricordare la sua incredibile bellezza. Vedo solo una grande barra dove è sepolto un intero popolo.