mercoledì 13 giugno 2012

Il governo Monti deve continuare

Il governo Monti, malgrado i suoi errori in materia di lavoro e la sua incapacità di valutare le priorità politiche, deve continuare.   Per tre ragioni:  la prima è che è l'unico in grado di rappresentare degnamente e di difendere l'Italia nella UE e in campo internazionale. La seconda  è la sua buona fede e mancanza di secondi fini, seppure maldestre e a volte inopportune.  La terza è che la politica è assente, per non dire inesistente.  Sarebbe il colmo che cadesse questo governo perché i partiti vogliono darsi un ruolo.  Ci dovevano pensare prima. Bersani si attacca oggi alla questione dei gay per darsi una verginità liberale, e questo fa ridere data la mole di problemi che assillano il paese.  Se cade il governo Monti, l'Italia finisce in un buco nero.  Non facciamo casino, ragazzi, non è tempo.

domenica 10 giugno 2012



Sono triste di nuovo

Per gli spagnoli questa volta e per la Spagna che amo in modo speciale. Nei 30 anni dopo la dittatura si è trasformata, non più vivaio di domestici per la vicina Francia, ma un modello che avremmo dovuto seguire anche noi negli stessi anni (siamo lontani anni luce).  E’ un paese ordinato, con belle infrastrutture, con un sistema di trasporti invidiabile, ivi compresa la TAV.  E’ un paese di gente fiera che ce l’ha messa tutta per arrivare a questo risultato, partendo da zero.
Poi, incredibilmente, la Spagna è caduta nella trappola della bolla immobiliare, grazie alle sue banche e soprattutto a quelle inglesi che le hanno allegramente finanziate.  L’America, che tanto moraleggia adesso, ha insegnato anche questo.  Le bolle, dicono, sono asimmetriche:  si formano su un periodo lungo, protette da un successo apparente, e poi fanno un botto devastante.   In Spagna oggi vi sono 200 sfratti al giorno e una disoccupazione da record, malgrado le riforme gravose che sono state predisposte.
 Ieri la BCE, consapevole del rischio per l’Europa che costituisce la situazione spagnola, ha stanziato non so quanti miliardi di euro per il salvataggio della Spagna.  Si fa per dire:   i miliardi della BCE andranno alle banche spagnole, responsabili del disastro, per pagare poi quelle inglesi, ormai specializzate nella speculazione.    Le Banche riceveranno questi milioni o miliardi per sistemare i conti tra di loro, ma non potranno poi aprire i cordoni della borsa a qualsiasi iniziativa di sviluppo perché i soldi non ci saranno più.
Io non m’intendo di economia e ancora meno di finanza speculativa, ma una domanda mi viene spontanea:  perché i soldi della BCE devono servire a salvare le banche spagnole e infine quelle inglesi che sono fuori dal sistema Euro?  Quei miliardi escono dalle tasche nostre (anche da quelle spagnole).  E lì c’è qualcosa che non torna.


Non è un sudoku

Non si  può andare a tentativi, cambiando i numeri qua e là per fare tornare le righe e le colonne.  Intanto, perché così non tornano mai.  Chiunque fa i sudoku lo sa.  Non si può mettere a casaccio un tanto percento in più sulle accise o sul prezzo benzina o sull’IVA, un tanto di IMU in più sulla prima, la seconda, la terza casa (quanto, non lo sa ancora nessuno).  Ci sono dei parametri inamovibili:  il debito, il PIL, la recessione, la disoccupazione, e più in generale il disorientamento, la povertà, la disperazione dilagante.  Sono la conseguenza, non dell’incapacità e della voracità delle aziende, non della disonestà generalizzata dei contribuenti, bensì del fatto che la classe politica (in disarmo), la burocrazia (ridondante e dilagante), e il governo tecnico ( a questo punto inutile) si accaniscono a giocare a questo sudoku infernale, senza riuscire a infilare a diritto le righe e le colonne. Così i conti non torneranno mai e le tasse continueranno ad aumentare.  Non c’è un sistema migliore di governare un Paese?

giovedì 7 giugno 2012

Un attimo di pace

Il più grande violinista che suona un pezzo del più grande compositore..


http://www.youtube.com/watch?v=C2T-stg5BMU&feature=related

giovedì 31 maggio 2012



Hieronymus Bosch, nostro contemporaneo

Un personaggio difficile da collocare, da circoscrivere, da capire, Hieronymus Bosch. 
Guerra, eresia, esoterismo, occultismo, alchimia, stregoneria, grande libertà, grande trasgressione alla quale risponde già la repressione pre-tridentina:  si conoscono bene ormai  gli elementi iconologici che caratterizzano la pittura di Bosch e lo rendono formalmente testimone della cultura del suo tempo.

Meno leggibile, invece, è il quadro iconografico, seppure si rifaccia agli elementi di cui sopra.  Come una specie di universo fine a se stesso, esso è confinato – si fa per dire – e trova la sua compiutezza solo nell’immaginario del pittore, con pochissimi e stilizzati richiami alla realtà  Ciò che interessa Hieronymus Bosch alla fine, non è la natura,  ma  la natura umana.  Ne indaga l’intera gamma di virtù e soprattutto di vizi, dispiegandola in una fitta schiera di simboli, mai identici a se stessi, rivisitati e arricchiti di connotazioni e sviluppi singolari. Una classifica in piena regola, le cui categorie sono in costante evoluzione.   I temi più importanti di natura religiosa finiscono spesso per diventare pretesto a ben altro.


C’è un’interessante disparità qualitativa e quantitativa.  Il quadro dei sette peccati capitali, o il pannello dello Inferno musicale nel Trittico delle Delizie, non ha alcun pendente in rappresentazioni delle virtù teologali (che appartengono a Dio) e neppure in quelle cardinali (che appartengono in via di principio all’uomo).  Ovunque, la virtù appare assediata, (Sant’Antonio, Ecce Homo, le controverse Nozze di Cana)  fragile di fronte alla prepotenza  del vizio, sempre sul punto di essere sconfitta.  La virtù, insomma,  è poca e sofferta, ed è rappresentata in modo  spoglio e piuttosto statico, mentre il vizio è tanto e trionfante, nella sua perenne e movimentata eccitazione .  L’universo di Bosch racchiude il disordine sulla Terra, forse più interessante ai suoi occhi per gli innumerevoli risvolti.  Il Paradiso terrestre sul lato sinistro del Trittico delle delizie ha un aspetto di grande delicatezza e tuttavia fissano la nostra attenzione, oltre a qualche animali esotico a rappresentare il paradigma del Creato, anche un gatto che divora un topo, uno strano uccello quasi preistorico che toglie un uovo dalla bocca di un’anatra,  scorpioni, rospi, pesci volanti e voraci di cui uno tiene in bocca un imbuto, una tartaruga il cui corpo è un uovo e la testa un uovo rotto, e naturalmente il serpente avvinghiato all’albero della vita:  chiari segnali delle forze demoniache che insidiano gli ultimi arrivati Adamo ed Eva e presagiscono la loro perdita di innocenza .  Nel Trittico del Peccato originale, già sotto i piedi del Cristo in gloria seduto in cielo, si affollano angeli caduti o forse demoni dalla forma di insetti alati, ma anche rospi,  ragni, e non solo, anche uomini volanti.  Sciamano verso i basso alla conquista della Terra e  il loro gran numero fa temere la loro vittoria.

Quando più, quando meno, a non eludibili e tradizionali scene religiose si accostano di sbieco, a volte solo  accennate nello sfondo oppure in modo invasivo,  le figure del Male - nel Trittico dell’Epifania, come nella tentazione di Sant’Antonio e le Nozze di Cana.  Chi non sapesse dal racconto biblico che il Bene, grazie all’Incarnazione, alla fine riuscì a prevalere , potrebbe avere avuto qualche dubbio sull’esito felice della storia.  Questo dubbio avrà sfiorato anche Hieronymus Bosch? 
uesto QQ


Un cambiamento di registro s’insinua molto presto nell’atteggiamento del pittore.  Tralasciando i simboli o utilizzandoli come elementi decorativi, incomincia in alcuni suoi quadri a puntare l’attenzione sull’uomo.  Indifferenza, malvagità, follia e mancanza di compassione, curiosità, avidità, ecco cosa legge e imprime sul volto di personaggi fino allora inespressivi anche in stretto contatto con la divinità, anche in mezzo a scene infernali.  ( Il Trittico dell’Epifania, L’Incoronazione di spine, Ecce Homo).  E’ una nuova presa di posizione personale che si dichiara, ponendo l’uomo al centro del grande problema della colpa?  E che cosa significa?

Bosch è stato definito come un moralista e lo era formalmente.  Lo dimostra l’affiliazione familiare e sua propria  alla Confraternità di Nostra Signora, il cui scopo principale era il rinnovamento del costume religioso.  Non poteva in alcun caso esimersi da una devozione tradizionale.  La sua condanna di giudici corrotti, monaci e monache lussuriosi  ecc. si rifà, in termini iconografici, a un’ampia cronologia. Sebastian Brandt era già passato di lì, accomunando il peccato e la follia.  Non c’è da stupirsi quindi che Bosch non sia stato né ateo – non era possibile, allora – né eretico, bensì ortodosso.  Più per dovere che per scelta?  Difficile a dirsi: siamo agli albori del pensiero moderno in Europa.  Gli hanno anche attribuito un certo misticismo che troverebbe espressione nell’Ascesa all’Empireo, quarta tavola delle Visione dell’Aldilà di Venezia, le cui derivazioni sono controverse.  Che Bosch fosse attratto dal misticismo del suo tempo è possibile, che lo abbia rappresentato in modo geniale e del tutto insolito, è sicuro, con il ricorso a strumenti iconografici a lui, e a lui soltanto, riferibili.  Misticismo e moralismo presuppongono, tuttavia, l’ottimismo di fondo implicito nella fede e nell’efficienza salvifica del messaggio cristiano.  Nel Medioevo, questo ottimismo e questa fede erano totali, non ancora inficiati da una precisa percezione del demonio, anche sul piano iconografico. I demoni facevano parte del “bestiario” medioevale e tanto bastava per spaventare gli animi semplici.  Mai erano stati rappresentati in modo così vario e invasivo, come nella pittura di Bosch. Perché?

Curiosa, in un ricco e rispettato rappresentante dell’élite  di ‘s Hertogenbosch, questa marcata tendenza al fantastico e la valutazione tutto sommato secondaria degli eventi maggiori del Vangelo. In realtà, resta a oggi difficile afferrare la figura di Bosch.  L’attribuzione stessa delle sue opere non è certa, la loro affiliazione e cronologia ancora meno.   Però c’è un’unità d’intenti assai chiara che traspare perfino nelle copie delle sue opere, e quella non poteva appartenere che a lui. Uomo del suo tempo, Bosch?  Certamente. I tempi erano  movimentati, si aprivano su orizzonti di conoscenza incalcolabili, probabilmente destabilizzanti, e su un futuro buio.  Ma ciò non spiega fino in fondo questa singolarità sia nel senso sia nel segno che caratterizza la sua pittura.  Di benpensante non c’è nulla in Hieronymus e neanche di pedagogico.   Se piacque ai suoi contemporanei non fu per il messaggio morale, bensì  soprattutto per il divertimento che suscitava la sua capacità narrativa e  per il segreto richiamo a una libera lettura del mondo che essa consentiva. 

Nel cercare di capire questo strano personaggio, alcuni hanno messo in campo gli strumenti psicoanalitici del nostro tempo.  Correttamente?  I parametri della mente umana sono rimasti immutati dalla notte dei tempi.  Ciò che è cambiato è il contesto come sempre, dando raffigurazione e peso  diversi a aspirazioni, sogni, paure, speranze, secondo le epoche.  Simili considerazioni, prese fuori contesto, danno spesso luogo a un’interpretazione arbitraria. Il cosciente, il subcosciente, l'onirismo:  Hieronymus non avrebbe capito, tanto questi elementi erano intessuti nella sua personalità.  

Nel suo caso, ci troviamo davanti a un’individualità indipendente, solitaria ed egocentrica, che alimentava il proprio talento nell’immenso giacimento del suo immaginario.  Ciò che lo caratterizza è un’osservazione spassionata che lo conduce a un pessimismo di fondo,  una visuale più vicina alla realtà in cui l’uomo più del demonio diventa l’attore principale faccia al peccato.   Il Prestigiatore, l’Avaro,  la Rimozione della pietra della follia, la Nave dei folli,  il trittico della balla di fieno e persino i quadretti che orlano i tondo dei Sette peccati capitali appaiono come altrettante “scènes de genre” quotidiane, tratte da questa osservazione.  E li sta uno degli snodi dell’immaginario di Bosch. Non c’è divertimento né derisione e neppure  condanna  pedagogica e moraleggiante. Il pittore le rappresenta con distacco, quasi stesse componendo un mosaico. Ha forse il presentimento dell’implosione che sta per coinvolgere la società europea del XVI sec?

Il nostro contemporaneo, Hieronymus Bosch?  In questo senso,  sì.  L’implosione è avvenuta per noi nel secolo scorso, orribile per definizione, di cui le immagini non ci abbandoneranno mai. E’ stata rappresentata da Picasso in “Guernica”, e pure nel resto della sua arte percorsa da un terremoto iconografico che lo estrania da ogni tradizione.  Si esplicita anche nell’opera letteraria di Céline, nella rivolta linguistica, e non solo, anche umana che lo ha portato sull’orlo dell’abisso esistenziale, con una disperazione di tratto nichilista.  Altri come loro?  il Cavaraggio, Van Gogh, Malaparte, egocentrici tutti perché immersi in un universo interiore che aveva bisogno di esprimersi al di fuori dalle regole.    Intorno a loro, e da loro messo a fuoco, un mondo governato dal disordine - assai simile a quello di Bosch – dove è possibile tutto e il contrario di tutto, dove ognuno è isolato nella propria libertà e dalle proprie catene, dove nessuna spiegazione del presente, nessuna ipotesi del futuro, sta in piedi se non, in fondo, quella peggiore, data la natura umana.  Ne sono testimoni perché si collocano al margine.  Per questo,  attendibili.


giovedì 10 maggio 2012


La normalità
Era una gran bella cosa, l’unica cosa che la stra-maggioranza delle gente chiede da sempre.  Sapere dove sta con lo stipendio, le tasse, gli affetti familiari, la scolarità dei figli, il mutuo casa, il giusto periodo di vacanza.  Niente di superlativo, niente, per i più, che somigli alle fisime di successo tipo l’Isola dei famosi, oppure i lussi esibiti in modo inopportuno nelle riviste patinate e nei programmi televisivi.  Eppure, oggi  la normalità è una cosa eccezionale, inafferrabile.  L’incertezza che ne consegue è la causa dei tanti - spaventoso numero - suidici, e del successo di movimenti tipo quello di Grillo che ha cavalcato in modo sbagliato e opportunistico, ma efficace,  i problemi del Paese .  Chi è responsabile di tutto ciò è difficile da inchiodare, difficile da mandare a casa.  La gente comune non ha più alcun ricorso e questa è una vera e propria tragedia.  Ci riflettano i governanti, tecnici, politici...

domenica 22 aprile 2012












La musica

Per me la musica è come un temporale,
forte, potente, ha un fare gioviale.
E’ dolce, dà vita,
è sempre infinita.
Se sei felice, scorre dentro di te,
e nessuno, mai, saprà dire perché

20 aprile 2012

Enrico Clerico  (mio nipote di 10 anni)

martedì 17 aprile 2012

La lezione di padre Pirrone tanto per sorridere (amaro)

Scrive Enzo Papi…



Se chiediamo oggi a uno studente di storia moderna o medievale cosa pensa del “ dovere morale” che la Chiesa addossava a chi era tenuto al pagamento della “decima” , ci sentiremo rispondere, per certo, che si era davanti ad un salasso immotivato di ricchezza ai danni di poveri  contadini, espropriati del frutto del loro lavoro a beneficio di grassi abati e ricchi vescovi.  Eppure la Chiesa motivava ben altrimenti la diffusa tassazione ( sotto varie forme) a suo favore. Basta ricordare le parole del  Padre Pirrone, nel noto romanzo di Tommasi di Lampedusa, “ chi darà un piatto di minestra ai poveri se la Chiesa viene espropriata dei suoi beni ?”.
Il “Welfare State” ha assunto varie definizioni e consistenza nei secoli passati, ma ha sempre avuto un comun denominatore. I primi e più convinti sostenitori sono sempre stati gli amministratori più che i destinatari degli aiuti. Anzi, spesso, i beneficiari non si erano neanche accorti di esserlo.
Fuor di metafora e di similitudine di avvenimenti storici, il problema della giustificazione dei prelievi del Principe e delle Istituzioni a lui collegate resta un tema di grande attualità. Mai, com’è accaduto nel 20° secolo, lo Stato ha prelevato il 50% della ricchezza prodotta dai cittadini. Certo nel secolo scorso lo Stato si è presentato e giustificato come diretto rappresentante del popolo e quindi ben diverso dal Principe autoritario ed insindacabile. Tuttavia quando il partito si fa Stato, come nell’esperienza comunista, o i rappresentanti eletti “Casta”, come nelle attuali partitocrazie occidentali, anche la differenza di origine (non di fatto)  scompare ed il senso di abuso dovrebbe tornare a sollecitare l’osservatore oggettivo.
Così non è. Il “politically correct” del nostro Presidente e il vecchio senso di solidarietà nelle “decime”  del cardinal Bagnasco tuonano contro evasori immorali, ma nulla dicono della moralità dei grassi ed inutili abati dalle ben fornite  mense e dei ricchi commensali di cortigiani di sangue e di cappa.
Lo sdegno verso lo spreco di risorse prodotte a caro prezzo ed appropriate dal Principe non è questione del momento. Meglio discutere dei felloni che nascondono il raccolto ai Befera di turno.
Eppure se non si tornerà ad apprezzare chi produce e biasimare chi, senza merito, consuma, il futuro non potrà che ripercorrere le sonnolente e, talvolta drammatiche,  strade già tracciate nel passato dell’Europa.                      



  

domenica 15 aprile 2012


Splendori (iniziali) e miserie (finali?) di un governo tecnico

Com’eravamo felici all’inizio di questo governo…  Sei mesi dopo la sua formazione, siamo smarriti.  La nave si sta arenando.  Incredibile.  Riflettendoci, però, la ragione appare semplice.
Lo sguardo di Monti è stato sempre rivolto alla UE, alla Germania, all’euro, allo spread, non all’Italia vera né ai problemi concreti, (ora) acuti della gente. Le riforme proposte dal governo sono pura teoria.  Timidezza nell’affrontare la realtà brutale?  Mancanza di pragmatismo da universitari?  Boh…
1)   La UE.  Monti, come altri governanti europei, non ha mai messo in discussione la UE , la sua burocrazia asfissiante, la sua inefficienza a elaborare un organico  progetto comune, la sua incapacità a predisporre una governance politica comunitaria che rispondesse delle proprie azioni di fronte all’insieme degli europei.  Tra i paesi membri della UE, paradossalmente, è sempre prevalsa l’idea di proteggere da ogni diluizione gli stati nazionali, la loro identità, cultura, economia specifica.
2)   La Germania (molto virtuosa) è oggi la principale, per non dire unica, beneficiaria di questa visione.  Può imporre le sue condizioni agli altri stati europei, persino alla Francia. E’ l’esempio da imitare? Dice Monti che la sua riforma del lavoro ricalca quella tedesca e quindi  deve funzionare per forza.  Tralascia il fatto, appunto, che la Germania è una potenza che può permettersi una costosa riforma del lavoro, perché è molto produttiva, dotata di  tecnologie avanzate, e quindi molto competitiva.  L’Italia si trova esattamente al polo opposto: è un paese stremato che ha perso i pezzi principali della propria industria, un paese appesantito da un’enorme zavorra statalista che non si può toccare.  Infatti, Monti si è ben guardato dal toccarla, e ha fatto bene, giacché non dispone di strumenti politici per affrontare questo argomento.
3)    Più semplice occuparsi di pensioni?  Il governo l’ha fatto nel modo più pesante, spostando in avanti l’età pensionabile e riducendo il valore delle pensioni che saranno corrisposte già dal prossimo anno. Certamente non è una buona notizia per i giovani e per le imprese perché si rinvia il ricambio generazionale indispensabile, sangue nuovo per il Paese.  Una scommessa pericolosa?   Certo, ma come plasmare il futuro altrimenti?  Il ministro Fornero continua a centrare la sua attenzione su parole tanto raffinate (rigore, equità, sobrietà, sviluppo) quanto prive di significato perché non supportate da una valutazione esauriente della realtà sul campo.  Sarebbe stata opportuna qualche simulazione al ministero del Welfare: forse il governo avrebbe evitato disastrosi errori come quello che emerge oggi con gli esodati.  La colpa, secondo il governo, è degli imprenditori.
4)  Lo stesso vale per la riforma del lavoro, la quale avrà come unico risultato di accrescere il costo del lavoro, scoraggiare le assunzioni, precarie o no, e ridurre la competitività dell’Italia, con le conseguenze immaginabili sull’occupazione in tutte le sue varie forme: co-co-co, immigrati avventizi, OTD, OTI.   Il ministro Fornero ha avuto l’impudenza di dichiarare che dopo tale splendida riforma, gli imprenditori devono ricominciare a investire. Viene da pensare che il Ministro non sappia cosa sia un’impresa.
5)    Lo stesso vale per le tasse (parole, parole, parole, cantava Mina).  Lotta a tutto campo all’evasione, aumento delle tasse, creazione di nuove tasse per finanziare questo o quest’altro  provvedimento, IVA al 23%.  Ma con il sistema ridondante, deficitario e inefficiente del servizio pubblico, gli italiani rischiano di finanziare altri sprechi e altra corruzione, fintanto che qualcuno non si decide ad abbattere la spesa pubblica e a riformare l’intoccabile pubblico impiego.
Così, il rigore rischia di trasformarsi in repressione, l’equità in iniquità, lo sviluppo in recessione.  Abbiamo qualche ragione di sentirci smarriti, noi profani?  Forse è il caso di tornare alla politica? Purtroppo, quale politica?

martedì 3 aprile 2012

La riforma del lavoro e lo sviluppo dell’economia

Scrive Enzo Papi...


Dopo aver imposto un’inevitabile stangata sulla spesa pensionistica e un vigoroso incremento delle tasse, Monti sta cercando di controbilanciare gli effetti recessivi di questa pesante tosatura con qualche misura che stimoli l’economia. Ha individuato nella correzione delle norme che regolano il mercato del lavoro il campo d’intervento che meglio può convincere le imprese a scommettere sul futuro e tornare ad investire.
I problemi di competitività che vengono dal lavoro sono due: L’elevato costo totale (soprattutto per l’effetto del cuneo fiscale) e la rigidità dell’impiego, per cui una scarsa professionalità o uno scarso interesse del dipendente alla mansione non può essere corretto con la sostituzione della persona. In questi casi l’azienda può solo tentare la difficile e spesso improbabile via della nuova formazione e di una paziente opera di rimotivazione.
Le misure proposte al Parlamento da Monti prevedono un aggravio del costo dei contratti a termine e maggiori difficoltà per poter ricorrere all’impiego atipico, il cui costo per l’impresa è mitigato da minori i contributi e  minor fiscalità. Si può comprendere la volontà di contrastare il precariato, ma è difficile capire come queste misure possano essere di sostegno alla competitività delle imprese.
La legge delega proposta da Monti contiene anche una correzione all’articolo 18, introducendo la possibilità del licenziamento per motivi economici, previo pagamento di un preavviso di 18 – 27 mesi. A parte la difficoltà di dimostrare i motivi “economici” e non discriminatori (un fannullone si può licenziare per motivi economici o è discriminatorio?) il costo sarà, per molte imprese, impossibile da affrontare.
Le resistenze a queste misure sono risultate già così aspre da rendere incerto l’esito del percorso parlamentare, ma quandanche ricevessero il sigillo del parlamento, per quale motivo ci si deve attendere che abbiano un positivo effetto sul rilancio dell’economia?