martedì 23 giugno 2009

vizi & follie

Oggi ho avuto una giornata infernale, eppure neanche diversa da altre. Sono tutte così, ormai. Il tempo sminuzzato in una miriade di cose da fare. Preparare la spedizione del vino in Germania con fattura, documento di trasporto, etichette, istruzioni chiare e precise per il corriere il quale, come tutti i corrieri, ascolta con un orecchio e dimentica con l’altro. Poi la documentazione del vino da portare a Livorno e a Piombino. E telefonate e fax, uno squillo continuo. Niente di che, si dirà, tutte le segretarie fanno queste cose senza avere crisi di nervi. Appunto, non sono una segretaria, queste cose le faccio da poco, le sbaglio, odio sentire il telefono tutto il giorno, spesso smarrisco documenti importanti, blocchetti fiscali e cose del genere. Non sopporto l’accumularsi di scartoffie sulla mia scrivania che, un tempo, era in severo ordine quando lavoravo alle cose mie, ragion per cui spesso butto anche cose che non dovrei nella cesta che poi andrà ad alimentare la caldaia a legna. Sono perennemente in lite con la commercialista: “signora, le fatture devono essere fatte nello stesso mese del relativo documento di trasporto.” E io a gridare: “Non ho potuto, il cliente non mi ha mandato i suoi dati per tempo. E cosa mi faranno i finanzieri? Mi arresteranno per evasione dell’Iva su una fattura di centoquindici euro?” E lei: “Ma poi se viene un controllo?” E io di rimando: “Mi chiami, ci parlo io.” Mi guarda con aria smarrita, per ora ha più paura di me che della finanza. “Le segnalavo solo…” e io, un po’ più mansueta: “Ha ragione e fa bene, ma io ho un credito d’Iva di decine di migliaia di euro con tutti gli investimenti che faccio. Un po’ di rispetto, insomma! Gli evasori veri vanno a spasso per le strade d’Italia e non se ne accorge nessuno”.

Spalanca gli occhi, la Cinzia, davanti alle mie sfuriate. Il mio non è un atteggiamento ragionevole e, per lei, questi regolamenti, queste procedure, queste leggi comunitarie e nazionali, sono sacrosante. Lei deve farle rispettare, nell’interesse mio e anche della propria professionalità. Ma io resisto, ogni qualvolta mi si vuole imporre una cosa irrazionale. Resisto ancora di più se, oltre l’irrazionalità, c’è anche la minaccia. Questa è la procedura, dicono, e il mancato rispetto della tal cosa comporta una sanzione di 1500 euro, di 6000 euro, di 9000 euro… Pace santa, preferisco pagare anche se è un costo aggiuntivo sul mio magro bilancio. A fare il vino, non ci si guadagna per anni e anni, il tempo che ci vuole per piantare e crescere i vigneti, per farlo, il vino, per lasciarlo pure invecchiare. Poi quando il vino c’è, pronto ad andare sul mercato, arriva pure la crisi economica del mondo globale. Oltre alle angherie burocratiche che non sono mai mancate nel frattempo.


Ci sarebbe da scriverci sopra un romanzo, sulle regole e le leggi e sulle procedure e i relativi corsi di formazione (costosi e regolarmente mal fatti) per affrontarle: nel caso mio la 626 sulla sicurezza, l’HCCP sull’igiene alimentare, il patentino per i prodotti di trattamento in agricoltura… I principi sono buoni in partenza ma poi i burocrati, seduti saldamente sui loro privilegi a Bruxelles, nei palazzi delle regioni, a Roma in parlamento, si perdono in una sorta di divagazione onirica dalle mille sfaccettature, nella ricerca dell’assoluta perfezione. E scrivono, scrivono fino all’ubriacatura leggi e regolamenti, debitamente numerati e datati, che sempre risalgono ad altre leggi e altri regolamenti ugualmente numerati e datati, e il vero riferimento e’ all’antenato, il primo fra tutti che si perde nella notte dei tempi, senza alcuna esplicitazione. Scrivono anche tabelle di marcia da rispettare e schede fittissime da riempire. Non sanno e nessuno si azzarda a dire loro che la perfezione perfetta non esiste su questa terra, costa troppo, richiede un tempo infinito e non serve veramente, non ha migliorato niente fin adesso.

Tanti divieti che completano, affinano quelli precedenti, oppressivi, inspiegati e impossibili o quasi da rispettare. Nessuno se ne trova meglio, neanche loro, i genietti nei palazzi di Bruxelles, delle Regioni e dello Stato, tant’è che per ogni disposizione vi è, quasi subito, una deroga, ripetuta puntualmente negli anni. Basterebbero poche cose sensate e comprensibili anche agli imbecilli. Che si rivalgano del senso di responsabilità della gente che, alla fin fine, non manca più di tanto, purché sia veramente attuabile. Il resto serve solo ad alimentare le disfunzioni, le trasgressioni, la corruzione. Brutte parole, lo so, ma dipingono bene brutte situazioni.

Esempi? Tanti. Qualcuno, solo per illustrare. Mi dicono, nelle loro ispezioni:

Loro: signora, mancano doccia, spogliatoi e gabinetti differenziati uomo/donna…
Io: ho solo tre operai di cui una donna part-time che è sposa del capo operaio. Hanno a disposizione doccia, spogliatoio, tutto quanto. Non li usano. Abitano a dieci minuti da qui, preferiscono andare a casa loro. Io non posso obbligarli a lavarsi, è imbarazzante.
Loro: e gli avventizi?
Io: sono tutti senegalesi e mussulmani. La pipì e quant’altro la fanno fuori, per i campi, anche sotto la pioggia, pur di non usare i cessi dei cristiani impuri. Lo stesso vale per la doccia.
Oppure:
Loro: signora, manca la cintura di sicurezza ai suoi trattori…
Io: ci vuole? Io non lo sapevo.
Loro: Non ha fatto il corso 626?
Io: Sì che l’ho fatto. L’ho pagato 900 euro, ma non me l’ha detto nessuno.
Loro: questo è gravissimo. Le devo fare la prescrizione. Andrà tutto in procura.
Io: la faccia e io la contesterò. Quando la FIAT mi vende la macchina, la cintura è incorporata. Come mai, se è obbligatoria sui trattori, non ce la mettono i produttori e non lo dice nessuno.
Loro: la cosa è a carico dell’acquirente.
Io: e quando mai? I miei trattori sono nuovi, omologati CE. Non torna. E i produttori?
I produttori si sono tirati in dietro, avrebbero dovuto richiamare migliaia di trattori, non in regola a dispetto della 626. La spesa sarebbe stata enorme, i dati sono su Internet. La cosa resta dunque a carico dell’acquirente. Qualcosa non torna davvero. USL e associazioni di categoria fanno le loro riunioni interne, nel sancto sanctorum, ma non avvertono nessuno. Ho interpellato i miei colleghi agricoltori, ho raccontato loro la storia. Non ne erano al corrente, certamente non più di quanto non lo fossi io. Si sono spaventati a morte.
1100 Euro di multa perché, quella volta, la lotta fu all’ultimo sangue anche davanti alla procura. Alla fine il magistrato non diede ragione a nessuno. Tagliò la testa al toro, vale a dire diminuì di buona misura la multa ma la fece applicare. Io ero partita per arrivare in fondo e mi divertivo pure. Ma capii a quel punto che conveniva pagare. Non c’era spazio di manovra. Tutto questo per delle cinture che mi sono costate 49 euro cadauna.
Un altro esempio?
Il medico aziendale (dopo aver fatto gli esami e le analisi del caso sugli operai): Ci sarebbe anche la visita ortopedica.
Io: Per che cosa?
Lui: Per la postura. La potatura, la stralciatura, le troppe ore sul trattore. Tutte cose dannose per la postura.
Io: Come si fa? I vigneti stanno sempre sui declivi.
Lui: Proprio per questo.
Io: Sta scherzando. E se non va bene, che fanno? Smettono di lavorare?
Lui: …e poi la sua dipendente è ancora in età fertile.
Io: la signora è ultra-quarantenne…
Lui: Devo comunque accertarmi che questo lavoro sia compatibile con un’eventuale gravidanza.
Io: e se non lo fosse?
Lui: Io ho il dovere di chiederglielo e di fare l’esame del caso.
Io: glielo chieda. La signora è adulta e vaccinata e ha già due figli grandi. Ha bisogno di questo lavoro per vivere. Ho paura che le riderà in faccia. Io, comunque, non glielo pago quest’esame. Oggi questo, domani chissà che altro. Sono stanca di foraggiare le sue velleità corporative.
Non è finita.
Arrivò un foglio raccomandato, proprio la stessa settimana della storia della cintura, in cui il mio comune di residenza mi scriveva che il mio impianto di depurazione e di smaltimento a casa era da rifare.
Io: E perché? Quando l’ho fatto, anni fa, era il fior fiore della tecnologia moderna e funziona ancora benissimo. Ho pagato una fortuna, non l’aveva nessuno allora e neanche adesso, se è per questo. Qua intorno non ci sono le fogne e le acque scure le mandano direttamente nei fossi. Ce l’ho scritto in fronte solo perché ho una pratica protocollata in comune?
Loro: La sua autorizzazione è scaduta.
Io (dopo aver letto l’autorizzazione): Non c’è nessuna scadenza qui.
Loro: Ora c’è. Ha la scelta tra fare un impianto a scolo sotterraneo di tanti metri, oppure un impianto con il papiro di tanti metri.
Io: E quanto costerà?
Loro: Questo non le glielo posso dire. Glielo dirà lo studio che farà il progetto e l’impresa che lo realizzerà.
3500 euro di lavori, 1900 di progetto. Eppure le analisi delle acque parlavano chiaro: era tutto a posto. Un domani potrebbero risvegliarsi di nuovo… Ho una pratica in comune, no?

Riassumo, è chiaro. Ognuna di queste vicende è stata lunga, complessa, tanto tempo perso, una faccia sempre… serena, come dicono i politici e dentro, un vulcano in eruzione. Senza parlare dei sensi di colpa e d’inadeguatezza individuale, della paura di aver sbagliato tutto, di deturpare l’ambiente, di non curare la sicurezza, la salute e l’igiene degli operai. Mi sono lasciata quasi convincere. Roba da strizzacervelli.


Io immaginavo di essere una persona responsabile e lo ero, anche troppo secondo i miei familiari e conoscenti, rispettosa delle regole fino allo spasimo. All’inizio, anche intimorita, pronta a chinare il capo, a colpirmi il petto per ogni errore. Ma poi è arrivata l’età, o forse solo l’esperienza, e mi sono accorta che possono sbagliare anche gli altri e che l’obbedienza cieca alle leggi, alle regole, alle circolari e ai decreti, possa essere deleteria come scrive un tale filosofo francese, se è automatica, se è semplice riflesso condizionato, se impedisce di usare la propria testa. Queste cose vanno accettate se e quando ti fanno diventare una persona migliore, un cittadino migliore, soltanto allora. Interi popoli si sono adeguati al nazismo, al fascismo, allo stalinismo: la legge ha sempre ragione solo perché è la legge, anche quando è iniqua o sbagliata. In Italia, si continua ad accettare imposizioni di ogni sorta, borboniche, cattoliche, comuniste, che schiacciano l’individuo il quale dovrebbe essere, non suddito, ma elemento responsabile della comunità. A queste imposizioni si aggiunge oggi un perbenismo di comodo che non ha niente a che fare né con la moralità né con l’etica vera e finisce per distruggere i fondamenti stessi della cultura. Non di ventre molle si deve parlare, ma di teste vuote e di una paura ormai caratteriale di affrontare la vita. Che succederà domani?


Beh, sembra strano, con l’età si diventa più trasgressivi, forse perché si è fatto il giro di molte situazioni e si sceglie per se stessi, non per conciliare gli altri. Ricordo che da ragazza, durante gli studi, l’estetica vigente imponeva che il Barocco fosse anatema (troppo sfarzoso, troppo legato al potere, quasi volgare), meglio l’arte delle cattedrali; che Michelangelo fosse un genio abusivo (cosce grosse), meglio Giotto; che Rubens fosse troppo vanesio (carni rosee), meglio Van Eyck; che Puccini fosse troppo leggero, meglio Verdi. Devo dire che non ho aspettato di avere i capelli bianchi per amare il Barocco, Michelangelo, Rubens e Puccini, per ragioni che non serve spiegare qui, senza per questo smettere di amare le cattedrali, Giotto, Van Eyck e Verdi. Gli orizzonti possono, devono, allargarsi. La società aperta è appunto questa, impone a ognuno di noi di imparare a scegliere a ragion veduta e, prima ancora di riflettere. La societa’ chiusa fa esattamente il contrario, ci impedisce di essere parte in causa, ci costringe all’obbedienza cieca. E’ il terreno naturale dell’ineguaglianza e dell’iniquita’, dove proliferano i privilegi e si compiono i soprusi. Se ne può far parte per opportunismo o per conformismo, due atteggiamenti comprensibili e umani, non per questo positivi, almeno non necessariamente più positivi della libertà di pensiero e di espressione, sennonché questa costa molto di più a chi la pratica.