giovedì 31 maggio 2012



Hieronymus Bosch, nostro contemporaneo

Un personaggio difficile da collocare, da circoscrivere, da capire, Hieronymus Bosch. 
Guerra, eresia, esoterismo, occultismo, alchimia, stregoneria, grande libertà, grande trasgressione alla quale risponde già la repressione pre-tridentina:  si conoscono bene ormai  gli elementi iconologici che caratterizzano la pittura di Bosch e lo rendono formalmente testimone della cultura del suo tempo.

Meno leggibile, invece, è il quadro iconografico, seppure si rifaccia agli elementi di cui sopra.  Come una specie di universo fine a se stesso, esso è confinato – si fa per dire – e trova la sua compiutezza solo nell’immaginario del pittore, con pochissimi e stilizzati richiami alla realtà  Ciò che interessa Hieronymus Bosch alla fine, non è la natura,  ma  la natura umana.  Ne indaga l’intera gamma di virtù e soprattutto di vizi, dispiegandola in una fitta schiera di simboli, mai identici a se stessi, rivisitati e arricchiti di connotazioni e sviluppi singolari. Una classifica in piena regola, le cui categorie sono in costante evoluzione.   I temi più importanti di natura religiosa finiscono spesso per diventare pretesto a ben altro.


C’è un’interessante disparità qualitativa e quantitativa.  Il quadro dei sette peccati capitali, o il pannello dello Inferno musicale nel Trittico delle Delizie, non ha alcun pendente in rappresentazioni delle virtù teologali (che appartengono a Dio) e neppure in quelle cardinali (che appartengono in via di principio all’uomo).  Ovunque, la virtù appare assediata, (Sant’Antonio, Ecce Homo, le controverse Nozze di Cana)  fragile di fronte alla prepotenza  del vizio, sempre sul punto di essere sconfitta.  La virtù, insomma,  è poca e sofferta, ed è rappresentata in modo  spoglio e piuttosto statico, mentre il vizio è tanto e trionfante, nella sua perenne e movimentata eccitazione .  L’universo di Bosch racchiude il disordine sulla Terra, forse più interessante ai suoi occhi per gli innumerevoli risvolti.  Il Paradiso terrestre sul lato sinistro del Trittico delle delizie ha un aspetto di grande delicatezza e tuttavia fissano la nostra attenzione, oltre a qualche animali esotico a rappresentare il paradigma del Creato, anche un gatto che divora un topo, uno strano uccello quasi preistorico che toglie un uovo dalla bocca di un’anatra,  scorpioni, rospi, pesci volanti e voraci di cui uno tiene in bocca un imbuto, una tartaruga il cui corpo è un uovo e la testa un uovo rotto, e naturalmente il serpente avvinghiato all’albero della vita:  chiari segnali delle forze demoniache che insidiano gli ultimi arrivati Adamo ed Eva e presagiscono la loro perdita di innocenza .  Nel Trittico del Peccato originale, già sotto i piedi del Cristo in gloria seduto in cielo, si affollano angeli caduti o forse demoni dalla forma di insetti alati, ma anche rospi,  ragni, e non solo, anche uomini volanti.  Sciamano verso i basso alla conquista della Terra e  il loro gran numero fa temere la loro vittoria.

Quando più, quando meno, a non eludibili e tradizionali scene religiose si accostano di sbieco, a volte solo  accennate nello sfondo oppure in modo invasivo,  le figure del Male - nel Trittico dell’Epifania, come nella tentazione di Sant’Antonio e le Nozze di Cana.  Chi non sapesse dal racconto biblico che il Bene, grazie all’Incarnazione, alla fine riuscì a prevalere , potrebbe avere avuto qualche dubbio sull’esito felice della storia.  Questo dubbio avrà sfiorato anche Hieronymus Bosch? 
uesto QQ


Un cambiamento di registro s’insinua molto presto nell’atteggiamento del pittore.  Tralasciando i simboli o utilizzandoli come elementi decorativi, incomincia in alcuni suoi quadri a puntare l’attenzione sull’uomo.  Indifferenza, malvagità, follia e mancanza di compassione, curiosità, avidità, ecco cosa legge e imprime sul volto di personaggi fino allora inespressivi anche in stretto contatto con la divinità, anche in mezzo a scene infernali.  ( Il Trittico dell’Epifania, L’Incoronazione di spine, Ecce Homo).  E’ una nuova presa di posizione personale che si dichiara, ponendo l’uomo al centro del grande problema della colpa?  E che cosa significa?

Bosch è stato definito come un moralista e lo era formalmente.  Lo dimostra l’affiliazione familiare e sua propria  alla Confraternità di Nostra Signora, il cui scopo principale era il rinnovamento del costume religioso.  Non poteva in alcun caso esimersi da una devozione tradizionale.  La sua condanna di giudici corrotti, monaci e monache lussuriosi  ecc. si rifà, in termini iconografici, a un’ampia cronologia. Sebastian Brandt era già passato di lì, accomunando il peccato e la follia.  Non c’è da stupirsi quindi che Bosch non sia stato né ateo – non era possibile, allora – né eretico, bensì ortodosso.  Più per dovere che per scelta?  Difficile a dirsi: siamo agli albori del pensiero moderno in Europa.  Gli hanno anche attribuito un certo misticismo che troverebbe espressione nell’Ascesa all’Empireo, quarta tavola delle Visione dell’Aldilà di Venezia, le cui derivazioni sono controverse.  Che Bosch fosse attratto dal misticismo del suo tempo è possibile, che lo abbia rappresentato in modo geniale e del tutto insolito, è sicuro, con il ricorso a strumenti iconografici a lui, e a lui soltanto, riferibili.  Misticismo e moralismo presuppongono, tuttavia, l’ottimismo di fondo implicito nella fede e nell’efficienza salvifica del messaggio cristiano.  Nel Medioevo, questo ottimismo e questa fede erano totali, non ancora inficiati da una precisa percezione del demonio, anche sul piano iconografico. I demoni facevano parte del “bestiario” medioevale e tanto bastava per spaventare gli animi semplici.  Mai erano stati rappresentati in modo così vario e invasivo, come nella pittura di Bosch. Perché?

Curiosa, in un ricco e rispettato rappresentante dell’élite  di ‘s Hertogenbosch, questa marcata tendenza al fantastico e la valutazione tutto sommato secondaria degli eventi maggiori del Vangelo. In realtà, resta a oggi difficile afferrare la figura di Bosch.  L’attribuzione stessa delle sue opere non è certa, la loro affiliazione e cronologia ancora meno.   Però c’è un’unità d’intenti assai chiara che traspare perfino nelle copie delle sue opere, e quella non poteva appartenere che a lui. Uomo del suo tempo, Bosch?  Certamente. I tempi erano  movimentati, si aprivano su orizzonti di conoscenza incalcolabili, probabilmente destabilizzanti, e su un futuro buio.  Ma ciò non spiega fino in fondo questa singolarità sia nel senso sia nel segno che caratterizza la sua pittura.  Di benpensante non c’è nulla in Hieronymus e neanche di pedagogico.   Se piacque ai suoi contemporanei non fu per il messaggio morale, bensì  soprattutto per il divertimento che suscitava la sua capacità narrativa e  per il segreto richiamo a una libera lettura del mondo che essa consentiva. 

Nel cercare di capire questo strano personaggio, alcuni hanno messo in campo gli strumenti psicoanalitici del nostro tempo.  Correttamente?  I parametri della mente umana sono rimasti immutati dalla notte dei tempi.  Ciò che è cambiato è il contesto come sempre, dando raffigurazione e peso  diversi a aspirazioni, sogni, paure, speranze, secondo le epoche.  Simili considerazioni, prese fuori contesto, danno spesso luogo a un’interpretazione arbitraria. Il cosciente, il subcosciente, l'onirismo:  Hieronymus non avrebbe capito, tanto questi elementi erano intessuti nella sua personalità.  

Nel suo caso, ci troviamo davanti a un’individualità indipendente, solitaria ed egocentrica, che alimentava il proprio talento nell’immenso giacimento del suo immaginario.  Ciò che lo caratterizza è un’osservazione spassionata che lo conduce a un pessimismo di fondo,  una visuale più vicina alla realtà in cui l’uomo più del demonio diventa l’attore principale faccia al peccato.   Il Prestigiatore, l’Avaro,  la Rimozione della pietra della follia, la Nave dei folli,  il trittico della balla di fieno e persino i quadretti che orlano i tondo dei Sette peccati capitali appaiono come altrettante “scènes de genre” quotidiane, tratte da questa osservazione.  E li sta uno degli snodi dell’immaginario di Bosch. Non c’è divertimento né derisione e neppure  condanna  pedagogica e moraleggiante. Il pittore le rappresenta con distacco, quasi stesse componendo un mosaico. Ha forse il presentimento dell’implosione che sta per coinvolgere la società europea del XVI sec?

Il nostro contemporaneo, Hieronymus Bosch?  In questo senso,  sì.  L’implosione è avvenuta per noi nel secolo scorso, orribile per definizione, di cui le immagini non ci abbandoneranno mai. E’ stata rappresentata da Picasso in “Guernica”, e pure nel resto della sua arte percorsa da un terremoto iconografico che lo estrania da ogni tradizione.  Si esplicita anche nell’opera letteraria di Céline, nella rivolta linguistica, e non solo, anche umana che lo ha portato sull’orlo dell’abisso esistenziale, con una disperazione di tratto nichilista.  Altri come loro?  il Cavaraggio, Van Gogh, Malaparte, egocentrici tutti perché immersi in un universo interiore che aveva bisogno di esprimersi al di fuori dalle regole.    Intorno a loro, e da loro messo a fuoco, un mondo governato dal disordine - assai simile a quello di Bosch – dove è possibile tutto e il contrario di tutto, dove ognuno è isolato nella propria libertà e dalle proprie catene, dove nessuna spiegazione del presente, nessuna ipotesi del futuro, sta in piedi se non, in fondo, quella peggiore, data la natura umana.  Ne sono testimoni perché si collocano al margine.  Per questo,  attendibili.


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