domenica 26 luglio 2009

Vento in Galilea




Stamattina, potavo il Merlot nella vigna della Cancellaia. Potare è attività che richiede concentrazione, sì, ma lascia libera la mente e anche la fantasia.
Era una bellissima giornata di febbraio, tersa e fredda, con un forte vento di tramontana, proprio come piace a me. La vigna della Cancellaia è orientata verso sud, ma la tramontana vi giunge dal poggio di Nocola senza ostacoli. Potavo la parte più alta, quella che guarda la pinetina in cima al cocuzzolo, e sentivo il ghiaccio sulle guance, insieme al sole.
Mugugnava il vento come fa solo all’Ortacavoli, e mi guardai intorno. Il vento spazzolava i tralci spogli della vigna, le chiome d’argento della fila di ulivi lungo la strada, gli ombrelli scuri dei pini, la sagoma dritta dei cipressi vicino alla vigna delle Prunicce, turbinava sulla mia bella campagna toscana, si avventava contro le forme splendide della cantina arruffando qualche tegola, e le pietre antiche della casa. Non faceva paura, anzi, mi riempiva di euforia.
D’un tratto, ascoltando il suo grido, vidi un altro paesaggio. Mi tornò in mente un’immagine così precisa e immediata che mi meravigliai di averla ricordata. L’avevo vista in un tempo molto lontano, appena adolescente, un po’ meno di quarantacinque anni fa.
Un anno a Pasqua, o meglio per il Now-rouz persiano, mio padre offrì un viaggio in Israele a mia sorella e a me. Era il 1961 e Israele, da pochi anni, era diventato uno stato indipendente. A dispetto dell’armistizio del ’49 con i suoi vicini, nel ’56 aveva affrontato la guerra de Sinai, voluta se non provocata da Nasser il quale era particolarmente forte dopo il successo del canale di Suez. Spinta dall’urgenza di rendere definitiva la sua presenza nella regione, Israele sviluppava in modo vertiginoso le sue capacità economiche, organizzative e naturalmente militari. Il Paese era allo stesso tempo un giardino e una cittadella assediata.
Queste cose, allora, non le sapevo, avendo un po’ meno di quindici anni. Sapevo per averlo sentito in famiglia che l’Iran, a dispetto della propaganda anti-israeliana e a causa dell’odio verso l’Egitto di Nasser in quegli anni, aveva stabilito legami forti con Israele, seppure del tutto sommersi. Entrambi i paesi erano amici e protetti degli Stati Uniti i quali difendevano la sopravvivenza d’Israele come nazione e la posizione, per loro strategica, dell’Iran in Medio Oriente. Entrambi i paesi soffrivano della sindrome di accerchiamento e non senza ragione. Israele era circondata da vicini ostili che ne volevano la distruzione, l’Iran condivideva una lunga frontiera con la minacciosa Unione Sovietica, coabitava con l’Arabia Saudita nel Golfo Persico e con l’Iraq fin sullo Sciatt.
Tutto ciò accomunava i due paesi, ne faceva alleati naturali contro il panarabismo rampante che Israele aveva ogni ragione di temere e che l’Iran detestava, come detestava tutto ciò che era arabo. Mio padre fu sin dall’inizio coinvolto in questo rapprochement con Israele. Visitò il paese più volte per motivi di lavoro e così ebbe modo anche di avvicinare dal vivo la sua lunga, difficile storia che già ben conosceva - ricordo ancora l’interesse che suscitava in lui la vicenda di Masada. Si legò con molte personalità israeliane di cui rispettava l’acume politico e la tenacia. Tuttavia, più volte rivolse loro il monito, lapidario ma carico di significato, di non diventare come Sparta.
Fu grazie a questi legami che andammo in Israele, mia sorella e io, quella primavera del ‘61. Alloggiammo all’Hotel Arcadia di Netanya. L’albergo ci pareva di gran lusso e Netanya era in riva al mare, un luogo bellissimo e deserto, con poche case. Ne ricordai il nome qualche tempo fa in occasione di un terribile attentato e, vedendo le immagini televisive, mi accorsi che il posto era molto cambiato, tutto costruito sul modello americano o forse solo riminese.
Tutte le mattine veniva a prenderci una signora con una macchina governativa e ci portava a giro per il Paese. Tel Aviv, innanzitutto, di cui ammirai le file ordinate di condomini con i balconi fioriti e i vialini ben tenuti dove scorrazzavano bambini in bicicletta. In quei palazzoni abitavano famiglie comuni, niente di Hollywoodiano, ma a Teheran non esisteva niente di simile e ne provai un’invidia assurda. La Allenby road era molto trafficata, con negozi e ristoranti. Giovani soldati e soldatesse camminavano abbracciati e si davano baci per la strada. Donne, uomini e bambini portavano short e camice aperte al collo, erano spesso biondi e abbronzati, un modello di modernità. Insomma, mi pareva d’essere in Europa. Una cosa un po’ ridicola dato che non vi tornavo dalla mia più tenera infanzia e non avevo la più pallida idea di come fosse.
Visitammo un kibbutz, pieno di giovani armati di picconi, di vanghe. Le mitragliatrici, se c’erano, non si vedevano. A Haifa, salimmo sulle pendici del Monte Carmelo e, nella quiete di un bel giardino intorno a un grande monumento bianco, incontrammo un ex-segretario di mio padre divenuto papa dei Ba’hai - altra gente perseguitata - il cui Vaticano era proprio lì. La sera, da lassù guardammo le luci della baia e delle tante navi nel porto, un momento magico.
Ovunque si notava una grande effervescenza nel Paese e un senso di ottimismo. Piano piano, tuttavia, s’insinuò una nota un po’ stridente in questo scenario idilliaco. Andando verso Gerusalemme, vidi le carcasse di veicoli militari sul bordo strada. La signora ci disse che erano un ricordo delle guerre, lasciate lì proprio per non dimenticare. Immagino oggi, dopo le altre guerre e gli attentati, quanti ricordi del genere ci devono essere, sparsi a giro. Per gli Ebrei, penso che questo concetto di ricordo-monito sia vitale, e non solo dopo la Shoah, ben prima. Da sempre, e’ il filo conduttore a cui si aggrappano nella loro terribile lotta per l’esistenza.

Andammo a visitare ciò che era possibile della Gerusalemme divisa. ben poco dal lato israeliano. Salimmo sopra le vecchie mura a guardare la città vecchia e i luoghi sacri dei Cristiani e dei Mussulmani a cui non potevamo accedere. Ai piedi delle mura, ricordo le case e gli orti tagliati in due dal filo spinato. Fu l’unica volta che vidi Gerusalemme nei miei viaggi. Più tardi, quando andai in Giordania, era passata a Israele e non ci si poteva recare. Salendo sul Monte Nebo, potei solo immaginarla da qualche parte davanti a me o forse sulla destra, nella foschia primaverile in cui era immersa la Giudea.
Naturalmente, i luoghi biblici: Cafarnao dove Cristo abitava e dove scelse Pietro come suo primo discepolo; il lago di Tiberiade in una mattina di sole, con i pescatori – potevano forse mancare? Nazareth nelle cui viuzze affollate risuonava soprattutto l’arabo. Così toccammo la Galilea, terra di Gesù per eccellenza. Quei nomi riverberavano in me, piccola iraniana allevata in semi-clandestinità nella fede cattolica. In Iran, come in altri paesi mussulmani, i cristiani come gli ebrei, i cani, i maiali, erano considerati “impuri”, tollerati ma non graditi.
Un pomeriggio, forse uno degli ultimi, la nostra giovane accompagnatrice ci propose una gita in macchina e su nostra richiesta ci riportò in Galilea. Israele è un paese piccolo e si fa presto ad andare da un punto all’altro. Durante il viaggio, la signora ci raccontò molte cose, come faceva sempre. Era espressiva e parlava un inglese eccellente. La ricordo bene: smilza, mora, gli occhi vivaci, le gambe sfregiate dalle ferite riportate nella guerra del Sinai. Quella sera ci raccontò del processo di Eichman che si stava preparando proprio in quel momento. Il nazista era stato catturato in Argentina l’anno prima e riportato in Israele. L’esito del processo poteva essere uno solo, nell’opinione della signora. Se tutto andava per il verso Eichman sarebbe stato impiccato, e così fu. Nel ’61, erano passati solo sedici anni dalla fine della guerra, un po’ più degli anni che avevo allora. In un periodo così breve, era impossibile dimenticare. Seppure con una vigorosa generazione di giovani Sabra, Israele contava anche persone anziane, nonni o genitori di ragazze come questa, gente che aveva vissuto l’olocausto in prima persona e lo raccontava.
Non so perché il nostro cicerone ci portò a vedere un edificio fatiscente in mezzo al nulla, tutto butterato dalle pallottole. Sembrava un vecchia caserma abbandonata. Ancora oggi mi pare di averle sentito dire che, per un certo periodo, Eichman fosse stato rinchiuso lì. Ma forse ricordo male o forse allora il discorso su Eichman mi impressionò così tanto da collegarlo a questo posto orribile. A un certo punto, dalla vecchia caserma uscì un uomo, alto e allampanato con la faccia da ebete: arcate sopraccigliari molto sporgenti, occhi infossati, mento pronunciato. Sbiascicò qualche parole appena e ritornò dentro. Era il guardiano e viveva lì solo, a custodire chissà cosa. Non aveva colpa, poveretto, ma la sua bruttezza mi sembrò perfettamente in tono con il posto. Fui felice quando ripartimmo.

Stava imbrunendo. In macchina, parlavamo sommessamente e dopo aver fatto un po’ di strada, chiedemmo di fermarci. Le colline della Galilea sono dolcissime, coperte di un manto verde in primavera. Seppure fosse quasi buio, volevamo guardarle un ultima volta. La nostra accompagnatrice fece fermare la macchina e ci portò a piedi su una piccola altura in cima alla quale si ergeva una torre: non una torre medievale, ma una specie di mirador in cemento, con strette finestre oscure e senza vetri, il quale sicuramente aveva uno scopo militare. Si stagliava contro il cielo indefinito del crepuscolo e dava a quella vista, carica per noi di tante emozioni, un aspetto malevolo. D’un tratto, ci si accorgeva quanto fosse deserto quel luogo. Deserto, ma non silenzioso.
Già, il vento. Scendeva dalla Siria, il vento, e si avventava sulle colline, gelido e furioso. Quando passava attraverso quelle finestre, il suo grido diventava un pianto modulato, quasi umano. Era come l’urlo della guerra, il vento in Galilea. Mi risuona ancora negli orecchi, rende buio il ricordo di quello splendido luogo.
Una seconda volta, quel giorno, fui felice di salire in macchina e di rivedere le luci di Tel Aviv. Quelle immagini restarono sepolte nella mia mente per quarantatre anni. Fino a stamattina quando mi tornarono in mente e pensai che Gesù forse sarebbe stato più felice di camminare in pace per questi poggi toscani, dove la tramontana è robusta, gioiosa e fa bene.




Vada, 18-19 febbraio 2004