venerdì 6 novembre 2009

Naneh

Naneh

Non so niente dell’Iran di oggi. I miei ricordi sono di tempi lontani. L’ultima volta che vi sono tornata era nel 1967, avevo 21 anni.

Naneh era ancora in vita. Chi ha l’età mia sa cosa rappresenta la parola Naneh in persiano. Molto, molto più di tata in italiano o nanny in inglese. Un mondo è racchiuso in questa modesta parola.
Nel 1967, andai a trovare Naneh con il mio fidanzato italiano, nella casetta al sud di Teheran che mio padre le aveva comprato per la vecchiaia. La casa dava su un vicolo. Aveva un cortile in mattonato con un piccolo, profondo, specchio d’acqua in mezzo, come usava allora, che serviva per lavare i piatti o i panni. L’interno era spartano, su due piani, quattro stanze in tutto che si aprivano sul corridoio centrale. Le pareti imbiancate a calce, con piccole nicchie alte dove si riponevano le cose pregiate. Il pavimento era ricoperto da zilù, i tappeti di cotone grezzo dei poveri. Niente mobili, solo materassi accostati ai muri. Quella dei materassi è una storia lunga in Iran: ci si siede durante il giorno, ci si mangia intorno alla tovaglia posata in terra, d’inverno si mette una panca in mezzo alla stanza con un braciere sotto e una coltre sopra, e ci s’infila con le gambe, la schiena appoggiata a grossi cuscini. Tutta la famiglia, giacché quella è l’unica stanza riscaldata, il luogo dello stare insieme, in un tepore meraviglioso e un po’ avvelenato. Non so se è ancora così, forse nelle campagne, forse no. Stare lì con Naneh e sua figlia e suo genero era per me, da bambina, il massimo della felicità. Un po’ perché mia madre lo proibiva, temendo le esalazioni del carbone di legna e anche la troppa familiarità con la servitù, un po’ perché quelle tre persone erano al centro del mio universo.
Era d’estate quella volta che andai a trovarla. Per onorarci, o in ricordo del tempo in cui viveva con noi, Naneh tirò fuori delle sedie pieghevoli, tipo cinema all’aperto, e un tavolo intorno al quale le dispose. La tovaglia era vecchia ma pulitissima, come il resto della casa. Ci offrì per prima cosa uno sciroppo di amarasche freschissimo e poi il pranzo. Maccheroni alla Naneh, così chiamavamo quella pietanza: erano veri maccheroni conditi con una gustosa salsa al ragù di carne, fatti svaporare dentro una pentola coperta come se fosse riso. In fondo, proprio come il riso, si formava una crosta dorata che veniva via intera e che mangiai a morsi, gli occhi chiusi, come Proust quando addentò la famosa madeleine. Dopo, Naneh ci portò le sue polpette, ricetta comunissima a base di carne e cipolla, ma che dalle sue mani usciva con un sapore inconfondibile. Non ricordo se mangiarono lei, sua figlia Najafi e Bahrami suo genero.
Quanti anni avesse Naneh è un mistero, lo è sempre stato. L’aspetto suo era quello che avevo conosciuto sin da bambina, la statura bassa e minuta, ora rimpicciolita dall’età, la pancia prominente. Indossava il solito vestito di cotone a fiorellini e sulle gambe, molto arcuate, delle calze pesanti. Colpiva il suo viso dagli zigomi alti, incorniciato da una pezza bianca legata sotto il mento. Dolce, non c’è altra parola. Paziente e garbato. Come la sua anima. Non l’ho mai vista arrabbiata o stressata, ne sono certa, anche se tutta la nostra casa era governata da lei, compresi noi bambini, sin dalla nascita
Naneh deve essere entrata a servizio da mia nonna negli anni trenta, da sola, anche se era già sposata. Non ho ricordo di un marito. Aveva due figli: La primogenita era Najafi che ho conosciuto sempre uguale a se stessa, senza età, il corpo grosso e difforme, il viso butterato dal vaiolo, due occhi vivaci, affondati nel grasso. A tratti viveva con noi anche lei, quando c’era bisogno, poi tornava dal marito Bahrami che era quasi cieco e portava sempre un capello marrone, una specie di borsalino però rigido, un po’ polveroso. Quell’uomo era la bontà personificata e noi bambini lo amavamo alla follia. Quando veniva, era per noi una grande festa, ci arrampicavamo sulle sue ginocchia e lasciavamo le sue mani di cieco toccarci il viso e i cappelli. Subito dopo guerra, nel paese occupato, fu Bahrami a procurare il latte per allevarmi, di capra o di asina, e andava a cercarselo in autobus o a piedi nei villaggi sulle falde dell’Alborz. Ho anche quel debito con la sua memoria.
Il secondogenito era Abdollah. Fintanto che stette con noi fu il nostro baby-sitter in permanenza. Ricordo soprattutto che ci portava a fare lunghe passeggiate nel deserto circostante e mi diede modo di imparare ad amare quel paesaggio brullo, di conservarne una nostalgia duratura negli anni della lontananza. Portava piccoli occhiali tondi alla Trotsky, con lenti spessissime che lo facevano sembrare un sapientone. La testa, ce l’aveva e comunque dovette farsela. La mia terribile nonna dalle idee ottocentesche volle dargli un’educazione. Così diventò impiegato in qualche amministrazione pubblica. Durante le sommosse dell’epoca di Mossadegh, fu colto da una pallottola vagante e ferito, non in modo grave per fortuna ma abbastanza da destare una certa agitazione in famiglia. Non viveva più con noi allora, tutto ciò passò sopra le nostre teste di ragazzi. O forse ci eravamo già rifugiati in Francia perché la situazione si era fatta troppo pericolosa. Abdollah dovette stare in ospedale, immagino, ma non credo proprio che Naneh abbia lasciato un attimo la casa per andarlo a trovare. Non credo che lei si sia mai preso un giorno di riposo o di vacanza o che abbia immaginato di poter avere una vita sua, se è per questo.
Mia madre racconta ancora della mia salute piuttosto cagionevole da bambina. Lei lavorava molto perché la paga da ufficiale di mio padre non bastava, a suo dire, neanche a comprare un paio di scarpe. Quando mi ammalavo, era Naneh ad accudirmi. Buttava un materasso in terra accanto al mio letto e, dopo una lunga giornata di faccende, mi vegliava, rialzandosi la mattina dopo all’alba, come sempre per riprendere il lavoro.
Naneh, persona infima agli occhi del mondo… Ai nostri occhi di bambini, l’inizio e la fine di tutto, come il sole. Di sicuro, la prima persona che cercavamo tornando da scuola, per avere una carezza dalle sue mani piene di nodi, rovinate dal lavoro. Andavamo a trovarla nella cucina che stava dall’altro lato del cortile, buia come l’antro del diavolo. Ho l’impressione che cucinasse sulle buche di un grande focarile, più tardi ricordo dei fornelli a petrolio che emanavano un forte odore che, per me, è sempre stato quello dell’Iran. Mia nonna non amava il riso, non amava il Khoresh, allora lei dovette imparare a fare delle pietanze europee, come i maccheroni appunto. Qualunque cosa cucinasse, era perfetta, seppure non molto somigliante all’originale. Mai più ho mangiato cibo così saporito.
Non giocava con noi, non ne aveva il tempo, ma ci teneva sempre sotto gli occhi. Forse ci raccontò qualche storiella paurosa come facevano tutte le Naneh, storie di djinns che, per me, sono rimasti una realtà ancora oggi. Era una donna semplice, chiacchierava poco, anche se le piaceva nei rari momenti di distensione. Durante le lunghe strigliate al bagno pubblico dove andavamo una volta alla settimana, o quando ci portava a vedere le grandi processioni dell’Ashura, dove veniva commemorato il martirio dell’imam Hossein. In lei suscitavano grande emozione, per me erano un momento di terrore che non ho dimenticato e che ha segnato definitivamente la mia mente riguardo all’Islam sciita.
Vorrei poter dire che Naneh era di un’intelligenza o saggezza fuori dal comune, ma non ricordo. Non era questo che cercavo in lei, neanche più tardi quando fui in grado di capire. Però quando andammo a trovarla nel 1967, fece mostra di un’acutezza fuori dal comune. La guerra del Vietnam era in corso, un vero pantano dal quale sembrava impossibile uscire. E lei, analfabeta quale era, seguiva gli eventi passo passo, ascoltando la radio che teneva in una nicchia. Conosceva ogni battaglia, per nome e per luogo, il nome dei generali (ricordo che nominò l’orribile Westmoreland), dei capi vietnamiti, e aveva opinioni molto precise su chi avrebbe vinto e chi perso. L’unica guerra che aveva conosciuto era quella priva di battaglie ma ricca di povertà e di razionamento nell’Iran occupato da tre nazioni, durante il secondo conflitto mondiale, corteggiato e minacciato da una quarta, quella tedesca, per via del maledetto petrolio. Questa del Vietnam atterriva Naneh e l’appassionava, come una sorta di racconto radiofonico a episodi. La radio era diventata il cordone ombelicale tra lei e il mondo.
Le verità è che Naneh, nella sua semplicità tutta popolana, era capace di pensare, di sbagliare, di sognare e immaginare. Aveva pure i suoi momenti di follia. Successe così, una volta, che soffrendo di reumatismi, si bevve un bicchierone di aceto in cui da due anni conservava degli spicchi d’aglio, credendo di ingurgitare un rimedio naturale. In realtà, quell’aceto era diventato un veleno, arsenico o altro, non ricordo quale, nel contatto prolungato con l’aglio. Può darsi che l’arsenico faccia bene ai reumatismi, di sicuro lei rischiò di morire e sarebbe morta per davvero se mia madre, che aveva una formazione medica, non fosse stata a casa a salvarla. Ci cacciò via naturalmente, noi ragazzi, ma non poté impedirci di stare dietro la porta chiusa ad aspettare, spaventati. Ricordi… Chissà quanto esatti.
Di recente, parlando di Naneh con mia sorella maggiore, nella quiete del suo bel giardino nel Virginia, ebbe qualcosa da dirmi anche lei. Le chiesi se sapeva quando fosse nata Naneh, con chi fosse stata sposata. Non, non sapeva né poteva immaginare l’età di Naneh. Ma riguardo allo suo stato di sposa, sì. Ebbe una risata. Essendo la maggiore di noi tre figli, femmina per giunta, Naneh le faceva delle confidenze. Non so fin dove si spinse e mia sorella non lo disse. Sicuro che non vi erano tabù fra la gente, in Iran, e di sessualità si parlava molto liberamente, anche davanti i bambini. A mia sorella Naneh raccontò di aver avuto in gioventù una pelle morbidissima e bianca come latte, tratto femminile particolarmente gradito in Oriente. Era così bianca, disse, che la sua nudità riluceva come una lampadina? una luna piena? Illuminava tutta la stanza da letto. Immagino la scena, bellissima, di un erotismo lieve e lento, dove Naneh aveva una vita sottile, non la pancia sporgente, gli occhi abbagliati di desiderio, non ancora offuscati dalla cecità incipiente, la bocca vogliosa di amore, non ancora sdentata come diventò di seguito. Sono sicura che era così, che Naneh, da donna e sposa, ha conosciuto i suoi momenti di passione. Che cosa é cambiato, poi? Forse solo la vita che non era certo tenera con le donne, in quell’epoca, ricche o povere che fossero, peggio ancora se povere. Lei l’ha accettata così com’era, non avendo altra scelta. E’ diventata la serva di mia nonna ma anche, senza saperlo, il sole di noi bambini. Spero che sia stata felice lo stesso.