martedì 8 settembre 2009

Ilya


1990. L’estate dopo il crollo del muro di Berlino, una vacanza nell’Unione Sovietica che ancora non si chiamava ex-Unione Sovietica e non si chiamava ancora Russia, ed era a metà del guado, disperatamente. Per me e i ragazzi era la prima volta e quindi non eravamo in grado di notare le differenze, tranne i tassisti ladri di Mosca che tutti dicevano mafiosi. Per il resto era come da letture: le vetrine dei magazzini Gum sulla piazza del Cremlino che sembravano sgargianti da lontano e, invece da vicino, erano tutte fatte di carta crespo, i vestiti dei manichini, persino la biancheria intima e gli ombrelli. Tanta arte in quelle vetrine e niente altro. All’interno di quella splendida struttura, le file si formavano in un baleno ogni volta che qualcuno si fermava a un banco. La gente si assembrava, a furia di spintoni e di gomitate si faceva avanti per poi dileguarsi non appena si accorgeva che non c’era niente da comprare. Le camicie le buttavano giù i commessi dall’ultimo piano, urlando, per paura della folla. C’era tanta fame, anche per noi che avevamo i soldi, semplicemente perché il cibo scarseggiava. Il nostro turismo sfrenato lo facemmo a pancia vuota a Mosca, a Kiev.
Infine, prendemmo un aereo per Tiblisi in Georgia. Enzo aveva dei progetti con i georgiani e io volevo andarci perché i miei nonni si erano incontrati lì nel 1916. Arrivammo nella tarda mattinata. Nell’aeroporto non c’era nessuno ad aspettarci e noi che pensavamo a un’accoglienza VIP! Siamo in mezzo al nulla di nuovo, con la prospettiva di dover cercare il bagaglio, un albergo, magari di dover prenotare il volo di ritorno a Mosca. Un’impresa. Non un’anima che parli inglese, né poliziotti, né soldati. Alla fine usciamo dall’edificio e ci mettiamo a camminare sulla strada lì davanti, senza meta. Vediamo un bambino di sei o sette anni, straccione ma con un bel viso, e gli chiediamo “Intourist? Intourist?”. Dopo una lunga camminata ci porta davanti a una palazzina color ocra, che pare sia l’Intourist, l’unica certezza per gli stranieri in questo Paese, per quanto dubbia. Diamo una mancia al ragazzino. Dietro di noi appare una limousine Chaika, nera con i vetri oscurati che avanza piano piano. Una donna secca siede accanto all’autista, una vera befana con i tratti duri. Ci interpella e chiede chi cerchiamo. Le diciamo che il nostro comitato di accoglienza non si è presentato, al che lei ci fa segno di salire. Poldy dice dopo di aver temuto di essere sequestrato da quella donna che sembrava davvero una del KGB. Ci lascia davanti a un cancello che dà direttamente sulla pista. Lì, insieme ad altre auto, ci aspetta un’altra Chaika anni Cinquanta, subito ribattezzata “Christine” da Leopoldo. Il nostro anfitrione si frega le mani con aria inquieta, si risolleva quando ci vede arrivare. Abbracci e saluti e ci spiega che l’aereo è giunto con mezz’ora di anticipo. Stranezze di questo paese. Noi siamo ancora scossi, dopo la strizza di prima. Un signore del gruppo si avvicina e ci rivolge la parola in un inglese impeccabile, con l’accento americano e una bella voce da basso. Sembra di sentire Humphrey Bogart e questo ci rassicura non poco. Dice di chiamarsi Ilya e sale in macchina con noi. Gli altri ci accompagnano in pompa magna - una vera scorta che diverte i ragazzi e mi pare un po’ ridicola – fino a un grande edificio in cima a una collina, fuori città, anzi proprio in mezzo a un nulla che somiglia molto al deserto iraniano. Il palazzo ha un’aria strana, lussuosa e decrepita insieme. Guest-house KGB? mi chiedo. Probabile. Abbiamo a disposizione un intero appartamento pieno di fiori, tutto molto ufficiale. In mezzo all’immensa sala da pranzo, un tavolo che crolla sotto il peso del cibo, gran festa dopo Mosca e Kiev: molti antipasti alla maniera orientale, minestre, e il classico steak-frites, un po’ troppo abbrustolito, che Leopoldo divora felice.
A tavola con noi ci sono i grossi papaveri che ci hanno accolto. Il discorso porta subito sui moti indipendentisti nelle repubbliche sovietiche e viene fuori la volontà della Georgia di staccarsi senza indugio dalla Russia. E Ilya traduce… E traducendo aggiunge del suo, ne sono sicura. Trapela dalle sue parole un rifiuto definitivo del regime. Tanto gli altri non lo capiscono. Ilya vuole metterci dalla sua parte o forse mettere se stesso dalla parte nostra che veniamo dall’Occident. Vuole farci capire subito che non ha niente da spartire con l’Unione Sovietica. Ha un atteggiamento un po’ irritante anche se comprensibile, non c’è solo ospitalità orientale, anche un po’ di servilismo.
Comunque il suo inglese non fa una piega. Ilya ha una quarantina d’anni, più che meno, è pelato, piuttosto brutto. Cammina dinoccolato come un americano, parla con la bocca storta come un americano. Non sembra solo, è un americano. In tutto e per tutto. Non è un’impostura, la sua. E’ una lunga storia. Di un ragazzo sovietico cresciuto nella provincia profonda del Caucaso, è tutto dire. A mano che mano che facciamo amicizia, ci spiega che la sua perfetta conoscenza dell’Inglese viene da uno studio approfondito fin dall’adolescenza. Allora frequentava anche sale cinematografiche dove proiettavano film americani, donde la voce da Humphrey Bogart. La cosa non mi torna. Come facevano a proiettare film americani in inglese nella Tiblisi degli anni Cinquanta e Sessanta? Mi sembra una cosa strana. Dice di averne rivisto alcuni una ventina di volte e io subito a immaginarlo ragazzo, davanti a un specchio, a ripetere le battute e i gesti…
Più tardi Ilya aveva anche insegnato l’inglese in un istituto universitario e fatto doppiaggi di film americani. Ora, sì, mi torna e capisco che si sia immedesimato… E fin qui tutto bene. Il peggio viene dopo, sotto il regime di Breznev, nel colmo di una guerra fredda ormai priva di senso e, per questo, sempre più dura. Aperture fasulle verso fuori, chiusure terribili dentro. E questo giovane in cerca d’autore in una solitudine estrema, sospettato e sottilmente perseguitato. Forse la cosa, dal punto di vista del regime, poteva giustificarsi. Non era normale uno come lui, non era normale la sua venerazione dell’America. Anzi, era torbida e biasimevole. Qualcosa ci doveva essere sotto. Non importava che fosse per lui materialmente impossibile avere un qualsivoglia contatto con l’esterno, tranne quello ufficiale con stranieri di passaggio come noi. Era un traditore nell’anima che aspettava solo l’occasione buona.
Arrivò la Perestrojka. Gorbacev voleva dimostrare al mondo la sua intenzione di cambiare le cose e il mondo gli chiedeva di allentare la stretta non solo sui dissidenti, gli ebrei, ma su tutta la popolazione. Cominciarono a rilasciare passaporti. Ilya ottenne il suo e partì per gli Stati Uniti. Non so con quale soldi e con quale prospettiva. Forse qualche contatto era riuscito a farselo alla fine.
Ci racconta la sua gioia quando arrivò a New York, quando camminò per le strade, completamente libero. Dice di avere comprato per prima cosa un pretzel davanti al Rockefeller Centre perché voleva fare una cosa che facevano gli americani. Dice di aver passeggiato per giorni per saziare gli occhi e l’anima e di avere spesso attaccato bottone con i passanti, giusto per sentire la lingua. Nessuno sospettò per un istante che fosse straniero e questo lo riempì di euforia. Era a casa sua.
In qualche modo – non ci spiega nulla in proposito – riuscì ad ottenere un giro di conferenze in diverse università della East Coast, anche abbastanza prestigiose. C’era una grande curiosità in Occidente verso l’Unione Sovietica che si stava sfaldando davanti agli occhi del mondo. Pare plausibile che uno come lui fosse chiamato a raccontare le sue esperienze, ma come sia successo non lo so. Comunque si sentì arrivato. Ricordo che a Tiblisi indossava pantaloni di velluto e una giacca di tweed con toppe sui gomiti, e camicie di flanella. L’unica cravatta che gli ho visto aveva le classiche strisce. Sì, somigliava molto a un intellettuale Ivy League, tranne che per gli occhi sempre un po’ smarriti, se non inquieti.
Queste conversazioni con Ilya si svolgono soprattutto durante le nostre gite giornaliere: nel bazar così ben rifornito da sembrare irreale dopo Mosca e Kiev, nella grande piazza centrale dove si erge una bruttissima statua di Lenin tutta imbrattata di vernice rossa e parzialmente scalfita da esplosioni. Avremo l’occasione poi, durante uno dei tanti banchetti, di vedere passare i bulldozer che la sradicheranno e poi di vederla divelta in terra. Un giorno storico che fa raddoppiare i brindisi a tavola e meno male che sono di vino georgiano, non di vodka. Spesso, in quelle occasioni, siamo soli, i ragazzi e io, con Ilya. Enzo deve fare affari con i Georgiani, curiosi affari davvero in cui chiedono di pagare la costruzione di un aeroporto con un lotto di taniche di alluminio! Hanno bisogno di tutto, non solo di aeroporti, ma anche di strade e di uffici e di alberghi. Ti stordiscono di discorsi ma non hanno niente da dare in cambio, se non la simpatia, le loro splendide voci, un ottimo cognac e un vino che non regge il confronto con quelli europei. Per di più sono sull’orlo di una guerra d’indipendenza che ha tutte le premesse di una guerra civile.
Durante i banchetti che sono tanti e riuniscono tante persone - ognuna delle quale dovrà brindare a ciascuna delle altre, alle famiglie e agli antenati e ai morti e al popolo, lunga vita al popolo – io sono sempre seduta accanto a Ilya perché continui a tradurre. Mi sono messa fuori dai brindisi, essendo donna, ma Ilya beve, eccome! Allora torna a essere georgiano. Non ha più voglia di imitare gli occidentali, né di tradurre per loro. Si ritrova al caldo di una socialità rumorosa, rissosa, un po’ becera, in cui risuonano grosse risate, intorno a barzellette salaci o battute argute, inframmezzate da cori strepitosamente belli. Con la sua voce da basso, Ilya canta in modo splendido. In tutto questo, tuttavia, noto con curiosità che gli altri lo tengono in disparte. Più una sorta di lacché, a dispetto o forse a causa del suo bel inglese e del suo scimmiottare gli americani. Ogni tanto lo bersagliano, forse anche di insulti, e questo lo possiamo intuire facilmente. Ilya sorride penosamente e non traduce. I suoi occhi diventano ancora più smarriti.
In realtà è abituato, Ilya, a stare fuori. In America, dopo l’iniziale successo delle sue conferenze, ci fu una crepa nei suoi rapporti con gli americani, sottile, sottile, dapprima e poi sempre più ampia. Le diffidenze della guerra fredda erano dure a morire e qualcuno cominciò a farsi delle domande: chi era costui? Chi lo aveva inviato in America e a che fine? Nessun sovietico parlava così bene l’inglese tranne le spie del KGB. Si sapeva della rigorosa preparazione che essi ricevevano. Non poteva essere bona fide questo suo amore sviscerato dell’America, o lo poteva anche essere, ma quante volte era successo che costoro ricattassero qualcuno e lo piegassero alla loro volontà politica. Che non poteva essere cambiata dall’oggi al domani. Neanche Gorbacev era dotato di una bacchetta magica e doveva fare i conti con un enorme establishment militare, nemico per tradizione dell’America. Insomma, nel giro di pochi mesi, l’idillio finì tra Ilya e l’America. Non gli fecero niente. Lo invitarono prima a lasciare il suo posto di conferenziere senza alcuna spiegazione, ma questo lo fanno anche con i loro dirigenti d’azienda. E poi a lasciare il paese, semplicemente. I sogni di Ilya svanirono di colpo. Per un po’ girovagò per le strade di New York, senza più comprare i pretzel. Si cercò un ristorante georgiano dove ubriacarsi come si deve e in sacrosanta pace. Alla fine, dovette rendersi all’evidenza e partire.
Lasciando la Georgia per gli Stati Uniti, aveva lasciato il posto di lavoro con la speranza di non ritornare più. Ritornando dovette ricominciare da capo, sotto gli occhi sospettosi e beffardi di tutti quanti i suoi conoscenti. Era stato rifiutato dagli americani, o forse era una scusa, una copertura per motivi inconfessabili e pericolosi. Il destino di Ilya era come un cane che si morde la coda. Meno male che sapeva l’inglese, era il suo lasciapassare, ché di lasciapassare i sovietici la sapevano più lunga di chiunque. La Georgia come tutti le repubbliche sovietiche aveva bisogno dell’inglese perché aveva bisogno del mondo esterno. Ed è stato l’inglese a salvare Ilya, malgrado tutto, anche se in posizione di sudditanza. Ilya era umiliato, ma in fondo sperava, sperava veramente in un cambiamento che avrebbe reso la sua vita, pure nell’anonimato, normale, come accade in Occidente.
Chissà. Non l’abbiamo più visto né sentito. Gli ho ordinato dei libri in America e glieli ho spediti. Non ha mai risposto. A quel punto era scoppiata la guerra civile.


Valle Ceppi, novembre 1992