domenica 15 aprile 2012


Splendori (iniziali) e miserie (finali?) di un governo tecnico

Com’eravamo felici all’inizio di questo governo…  Sei mesi dopo la sua formazione, siamo smarriti.  La nave si sta arenando.  Incredibile.  Riflettendoci, però, la ragione appare semplice.
Lo sguardo di Monti è stato sempre rivolto alla UE, alla Germania, all’euro, allo spread, non all’Italia vera né ai problemi concreti, (ora) acuti della gente. Le riforme proposte dal governo sono pura teoria.  Timidezza nell’affrontare la realtà brutale?  Mancanza di pragmatismo da universitari?  Boh…
1)   La UE.  Monti, come altri governanti europei, non ha mai messo in discussione la UE , la sua burocrazia asfissiante, la sua inefficienza a elaborare un organico  progetto comune, la sua incapacità a predisporre una governance politica comunitaria che rispondesse delle proprie azioni di fronte all’insieme degli europei.  Tra i paesi membri della UE, paradossalmente, è sempre prevalsa l’idea di proteggere da ogni diluizione gli stati nazionali, la loro identità, cultura, economia specifica.
2)   La Germania (molto virtuosa) è oggi la principale, per non dire unica, beneficiaria di questa visione.  Può imporre le sue condizioni agli altri stati europei, persino alla Francia. E’ l’esempio da imitare? Dice Monti che la sua riforma del lavoro ricalca quella tedesca e quindi  deve funzionare per forza.  Tralascia il fatto, appunto, che la Germania è una potenza che può permettersi una costosa riforma del lavoro, perché è molto produttiva, dotata di  tecnologie avanzate, e quindi molto competitiva.  L’Italia si trova esattamente al polo opposto: è un paese stremato che ha perso i pezzi principali della propria industria, un paese appesantito da un’enorme zavorra statalista che non si può toccare.  Infatti, Monti si è ben guardato dal toccarla, e ha fatto bene, giacché non dispone di strumenti politici per affrontare questo argomento.
3)    Più semplice occuparsi di pensioni?  Il governo l’ha fatto nel modo più pesante, spostando in avanti l’età pensionabile e riducendo il valore delle pensioni che saranno corrisposte già dal prossimo anno. Certamente non è una buona notizia per i giovani e per le imprese perché si rinvia il ricambio generazionale indispensabile, sangue nuovo per il Paese.  Una scommessa pericolosa?   Certo, ma come plasmare il futuro altrimenti?  Il ministro Fornero continua a centrare la sua attenzione su parole tanto raffinate (rigore, equità, sobrietà, sviluppo) quanto prive di significato perché non supportate da una valutazione esauriente della realtà sul campo.  Sarebbe stata opportuna qualche simulazione al ministero del Welfare: forse il governo avrebbe evitato disastrosi errori come quello che emerge oggi con gli esodati.  La colpa, secondo il governo, è degli imprenditori.
4)  Lo stesso vale per la riforma del lavoro, la quale avrà come unico risultato di accrescere il costo del lavoro, scoraggiare le assunzioni, precarie o no, e ridurre la competitività dell’Italia, con le conseguenze immaginabili sull’occupazione in tutte le sue varie forme: co-co-co, immigrati avventizi, OTD, OTI.   Il ministro Fornero ha avuto l’impudenza di dichiarare che dopo tale splendida riforma, gli imprenditori devono ricominciare a investire. Viene da pensare che il Ministro non sappia cosa sia un’impresa.
5)    Lo stesso vale per le tasse (parole, parole, parole, cantava Mina).  Lotta a tutto campo all’evasione, aumento delle tasse, creazione di nuove tasse per finanziare questo o quest’altro  provvedimento, IVA al 23%.  Ma con il sistema ridondante, deficitario e inefficiente del servizio pubblico, gli italiani rischiano di finanziare altri sprechi e altra corruzione, fintanto che qualcuno non si decide ad abbattere la spesa pubblica e a riformare l’intoccabile pubblico impiego.
Così, il rigore rischia di trasformarsi in repressione, l’equità in iniquità, lo sviluppo in recessione.  Abbiamo qualche ragione di sentirci smarriti, noi profani?  Forse è il caso di tornare alla politica? Purtroppo, quale politica?

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